Pregare con l'Icona
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Icona del Laboratorio

"La Glikophilousa"

custodita da

mons. GianCarlo Bregantini

Arcivescovo Metropolita

di Campobasso-Bojano



"Mio Signore e mio Dio!"

 

Conosciuta e definita dalla tradizione come rappresentazione dell’incredulità di Tommaso, l’icona del “Mio Signore e mio Dio!” accoglie fedelmente lo schema tradizionale come descritto nel Manuale dei Pittori del Monte Athos e ne rielabora gli elementi a servizio della pastorale perché anche nell’oggi della Chiesa e del mondo essa sia «finestra sull’eternità», «canale di grazia», celebrazione della divina Bellezza in una «liturgia interiorizzata e continua»[1].

L’icona è stata donata al Vescovo mons. GianCarlo Bregantini in occasione del suo giubileo sacerdotale ed è dunque custodita nel grembo della Diocesi di Locri-Gerace. Essa s’immette umilmente nel solco della storia millenaria di questa antichissima chiesa locale che per ben 735 anni ha celebrato le sue liturgie secondo il rito greco-bizantino accogliendo tra i suoi anfratti eremiti e anacoreti fuggiti con le loro icone dall’Oriente negli anni bui dell’avanzata degli Arabi (636-638) e della lotta iconoclasta (sec. VIII).

A queste “rocce gravide d’accoglienza” affidiamo il nostro desiderio di sussurrare nella fede, come Tommaso: «mio Signore e mio Dio!».

I santi monaci nostri fratelli, Leo d’Africo, Nicodemo di Mammola, Antonio del Castello, Ieiunio il digiunatore, Giovanni Theresti ci aiutino ad essere “tesaurofilachi”, guardiani ispirati del divino Tesoro, e oranti silenziosi sedotti dal fascino della Bellezza increata.

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

     La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

 

 

     A riferirci la scena raffigurata dall’icona è soltanto l’apostolo Giovanni.     Vediamone il contesto: Gesù è risorto ed è apparso ai discepoli. Entrando a porte chiuse, facendo cioè breccia sulla paura che li immobilizzava, Egli mostra loro le mani e il costato, i segni della passione, perché sia chiaro l’annuncio: «Io ero morto ma ora vivo per sempre» (Ap 1,17).

“Tommaso, però, non era con loro quando venne Gesù” (v.24). I suoi occhi non lo hanno visto e il non ha gioito “al vedere il Signore”. Ed ora l’affermazione esultante dei discepoli: “Abbiamo visto di persona il Signore”, non lo convince. Per otto giorni si macera nell’incredulità, ma non fugge più. Si era isolato per un momento, ma ora non s’allontana, pur patendo nella morsa della sfiducia scettica e diffidente. Sì, continua a non capire, a non credere, ma umilmente ora sta con gli altri, “in casa”, cioè nella familiarità dell’essere “un cuor solo e un’anima sola”, nonostante tutto. E nel chiuso di questo dissidio interiore pregno di testardaggine e sgomento, ancora una volta, Gesù si apre un varco ed entra.

L’icona ci fa rivivere questo momento intensissimo.

 

 

Fissiamo innanzi tutto il nostro sguardo sugli alberi che ci appaiono come mossi e piegati dal vento. Il loro movimento, in perenne dinamismo circolare, annuncia l’azione vivificante dello Spirito che dà vita alla Chiesa, nell’amore. Egli soffia dove vuole e tu ne senti la voce, anche se non sai di dove viene e dove va (cfr. Gv 3,8). E’ “lo Spirito che rende testimonianza” (1Gv 5,6), che ci fa conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato (1Cor 2,12), “che viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8,26), fino a guidarci alla verità tutta intera (cfr. Gv 16,13).

 

In questo circolo d’amore si staglia al centro il Cristo perché sia chiaro immediato agli occhi di chi contempla che il mistero dell’incarnazione, per divina condiscendenza, è il cuore della Chiesa, il centro della storia e del mondo, e che incarnandosi Dio ha reso permanente e definitiva la sua “shekinah”, ossia la sua dimora tra noi. Non solo: la centralità del Verbo incarnato attesta che “Egli è divenuto ciò che noi siamo per farci divenire ciò che egli è” (sant’Ireneo)[2], assimilandoci al suo mistero pasquale di morte e risurrezione.

Alla centralità della figura del Cristo s’unisce l’elevatezza della sua statura rispetto a quella dei discepoli: un canone iconografico per mettere in evidenza l’importanza e l’autorevolezza di Gesù rispetto alle altre persone raffigurate.

La carnagione del suo volto è di colore terraceo, ma pregno di luce, scuro e chiaro a un tempo. Ogni uomo vi si può riconoscere, segno inequivocabile che Dio riscattando con il sangue di Cristo uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (cfr. Ap 5,9), “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tim 2,4).

Gli occhi di Gesù non guardano Tommaso né indugiano solo sugli Undici. Compassionevoli, cercano i discepoli d’ogni tempo e d’ogni luogo: «Pastore casto – come recita uno splendido testo antico – egli pascola le greggi delle sue pecore sui monti e nei campi, dagli occhi grandi che guardano ovunque»[3]. Tutta l’esistenza della Chiesa è sotto i suoi occhi e tra le sue mani, la cui destra raccoglie il chirografo dei peccati dell’uomo d’ogni tempo e d’ogni luogo.

Il suo capo è circonfuso da un nimbo dorato, nel quale è inscritta una croce; in esso troviamo le parole "Colui che è", espresse con le tre lettere greche. Il nimbo è contornato di rosso, così come di rosso è circondata tutta l’icona, e rossa è infine l’iscrizione. E’ il segno dell’alleanza nel sangue di Cristo versato per amore dell'uomo.

Proprio a significare questa alleanza, Egli veste una tunica rossa che racconta la sua umanità e il suo sacrificio, ed è avvolto da un manto blu che richiama il cielo, la trascendenza, la quiete e quindi il mistero della sua divinità.

Il volume del manto è ricoperto da sottili tratti d’oro, l’assist: è il rilievo di un ‘corpo dorato’, sorgente di luce increata.

Anche lo spazio è rivestito d’oro, il colore della luce pura che infinitamente trascende la terra mentre l’avvolge, la penetra e la contiene. Il gioco della luce è rovesciato: essa viene dall’interno, dalla profondità del mistero che pervade la scena e la trasfigura.

Alle spalle del Cristo, sullo sfondo, un edificio s’innalza verso l’alto e fa un tutt’uno con la sua figura: Cristo e la Chiesa, il capo e il corpo, indivisi, manifestano in pienezza il regno di Dio.  Le sue porte sono chiuse, come recita il testo sacro, ma da esse si staglia una croce, che identifica con la sua forma una precisa chiesa locale, la Chiesa di Locri-Gerace, che in essa riconosce e venera le proprie radici spirituali.

Tre sono i colori dominanti nei palazzi: il giallo, simbolo della fede, mescolato al marrone per significare un’adesione incarnata, mistura di luce e di ombra, nuzialità tra terra e cielo. Il verde, simbolo del delicato vigore di un tenero germoglio, la Chiesa nascente, che cresce fecondata dallo Spirito, il quale le partecipa il suo stesso colore, la sua medesima forza. Il rosso del drappo, espressione di energia vitale, è posto lì per dirci che la scena si svolge all’interno, “in casa”, nell’intimità di una comunione feriale d’affetti e d’intenti in cui c’è posto per tutti e misericordia per ognuno. Infatti qui, ora, nessuno può dirsi migliore perché tutti in questa scena, dinanzi al Cristo, guardando al passato, hanno da rimproverarsi qualcosa: chi il rinnegamento e la vigliaccheria, chi la paura, l’incredulità e l’orgoglio.

Guardiamoli da vicino. Varie sono le dinamiche espressive che caratterizzano gli apostoli. In esse ognuno di noi può riconoscersi. C’è tra loro e con il Cristo una sorte di triade dialogica: a sinistra i più numerosi, interloquiscono vivacemente, s’interpellano, quasi in fibrillazione dinanzi ad un evento che li chiama direttamente in causa. E’ il simbolo della Chiesa attiva zelante sollecita, che si muove ed agisce, si sporca le mani e le tende, annuncia e provoca, mai stanca di cercare e toccare nelle ferite del mondo, tra l’incredulità e la fede, la ferita stessa dello Sposo perché diventi feritoia, nel tralucere di una speranza indefettibile. A sinistra, meno numerosi e più composti, gli altri discepoli celebrano una liturgia silenziosa, sospesa tra terra e cielo. E’ la Chiesa contemplativa che si lascia afferrare totalmente dall’amore di colui che sta loro davanti. Anch’essa annuncia, ma col cuore, in una sorta di disponibilità tranquilla che supera l’attesa febbrile degli altri, mentre con rispetto quasi monastico nasconde la mani: chi può toccare e trattenere il mistero?! Eppure anche nella staticità inoperosa di queste mani c’è un additare eloquente che si libra appassionato e pacato dal cuore del mistico orante perché ogni uomo percepisca la seduzione dell’Assoluto.

Attivi e contemplati, tutti, nel segno dei loro piedi in movimento sono abilitati e liberi di convergere verso il Cristo, lievi ed agili sotto l’azione dello Spirito che li anima sollevandoli da terra senza alienarli dalla realtà e dalla fatica del cammino. Una certezza li ravviva: si muovono, quasi al passo di una delicata danza spirituale, su uno sfondo verde palpitante di vita, simbolo di fecondità, calma e speranza.

I loro abiti sono di colore verde tendente al blu, simbolo dell’amore innervato di speranza divina e spiritualizzato dalla familiarità con il Verbo; di colore giallo tendente al bianco,  per la brillantezza di una fede purificata dalla luce trascendente del Vivente; di colore rosso con le sue molteplici modulazioni sino al marrone, segno dell’impulsività ardimentosa dell’amore che si pacifica nelle profondità della terra.

Dal gruppo si stacca Tommaso. E’ di profilo rispetto a colui che contempla la scena: un segno negativo nell’icona perché esprime rifiuto del dialogo, paura, ambiguità. Ma in questo caso è di profilo per poter essere frontale rispetto a Gesù. Come a dire: per tutti sono ancora l’incredulo Tommaso, ma per Dio “che scruta il cuore e la mente” (Ger 11,20) sono già l’uomo redento che torna a Lui attirato dalla sua infinita e paziente misericordia.

Non a caso la veste di Tommaso è di un rosso aranciato che trasuda la fatica del credere: nella modulazione del giallo ci sono i segni di una fede che ansima nella ricerca fino al rosso puro e trasparente che simboleggia l’amore spirituale divenuto finalmente fiamma che arde, illumina e riscalda. Seguiamo il movimento della sua mano che si avvicina con timore grande e piena fiducia al costato di Gesù. Il respiro affannoso della ricerca finalmente si placa nella ferita gloriosa del Signore: “se non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”, aveva detto. Ora Tommaso può farlo, anzi Gesù lo sollecita, perché nell’incredulità dell’amico ha già perdonato la diffidenza di tutti, anche la nostra. D’ora in poi ognuno potrà, anzi, secondo la logica di un amore che non ammette rallentamenti e deviazioni, dovrà smettere di essere incredulo, e dire con Tommaso: “mio Signore e mio Dio!”.

Comprendiamo bene ora come quest’icona si snodi su due piani ben delineati: in alto, il piano della speranza futura, immarcescibile, delineato dalla brezza leggera dello Spirito che libra sulla Chiesa e la feconda; in basso, il piano del faticoso presente, in cui un popolo in cammino, la Chiesa, si muove fiducioso verso la meta.

 

  

     La lettura di questa icona ci ha mostrato la fatica dell’uomo dinanzi al mistero. Scrive il card. Martini a proposito dell’incredulità di Tommaso: «non è facile vedere i segni della presenza di Dio nel mondo: alcuni li vedono prima, e sono forse i tipi affettivi; poi ci arrivano gli intuitivi, poi le persone lente e solide; ma ci sono anche gli scettici, che arrivano ultimi, ma che pure possono anch’essi arrivare. Nessuno è escluso, purché si abbia una serietà e una buona volontà di fondo»[4].

 

Chiediamoci allora: come vivo la fatica del credere? Sono un tipo affettivo, immediato, oppure sono un intuitivo? Mi percepisco lento ma solido o mi ritengo piuttosto un tipo scettico, refrattario, che crede solo a ciò che tocca e vede?

 

Gesù si rivela a suo modo e a suo tempo rispettando i modi e i tempi di ognuno. Ad una condizione: che non ci si stacchi dalla comunità, che si rimanga “in casa”, intimi e familiari, pur nella diversità del sentire e del credere.

 

Chiediamoci: nell’accostare il ‘diverso’ mi irrigidisco? Applico lo stile di tenace pazienza e delicato rispetto, insegnatomi da Gesù, nel tessere le mie relazioni con gli altri, nell’educare e nell’evangelizzare, oppure mi tendo in atteggiamenti di intolleranza impositiva? E se mi percepisco diverso nel modo di pensare, come reagisco: fuggo via o rimango “in casa”, con gli altri, in una comunione che va ben oltre l’eterogeneità e la molteplicità dei pareri?

 

In ogni abito dei discepoli, attraverso le forme e soprattutto i colori, c’è il pulsare di un preciso atteggiamento esistenziale, come in ogni loro gesto e parola, che possiamo immaginare contemplando l’icona senza resistenze. Riconoscere attraverso la provocazione di questa Parola-Immagine i nostri stati d’animo e chiamare per nome i colori delle nostre inquietudini è il primo passo per poter avere il coraggio di tendere fiduciosamente la mano verso le ferite gloriose del Risorto per professare una fede matura e purificata. 

 

Chiediamoci perciò: qual è l’abito dei discepoli che mi aderisce meglio in questo periodo della mia vita? Mi caratterizza il giallo brillante della fede riflessiva sostenuta da un’intelligenza vivace, nel progressivo rivelarsi della Luce divina o annaspo nell’ambiguità? Mi percepisco avvolta dal rosso passionale di un amore ancora troppo impulsivo oppure tendo già pacatamente verso una tenerezza d’amore delicata e pienamente spirituale? Mi lascio fasciare dal verde fecondo e speranzoso della fiducia in Dio, dell’abbandono alla sua volontà, della ricerca serena di spazi interiori abitati dalla semplicità o mi disperdo nel labirinto delle complicazioni dell’ego?

 

 

Ora mi concedo all’Amore dello Sposo, in preghiera. Chiamo a raccolta le profondità del cuore abitato dallo Spirito senza trascurare l’operazione dei cinque sensi. Nella preghiera, infatti, e in particolare in quella liturgica, tutti i nostri sensi vibrano contemplando l’icona:

 

Spirito di Dio,

soffio perenne di vita immortale,

la Tua brezza leggera

m’accarezzi delicatamente,

mi solleciti alla gioia dell’incontro silenzioso con Dio,

mi consoli nell’abbraccio del perdono,

mi allieti nell’esultanza della risurrezione.

 

Figlio di Dio, Gesù, nostro fratello,

Primizia dei risorti,

mostrami le Tue ferite gloriose

perché il cuore non fugga smarrito nei meandri della desolazione;

accogli l’incredulità della mia mente tormentata dalla diffidenza;

sposa, o Misericordioso, l’impulsità passionale del mio amore

ancora troppo impastato di terra

ed elevami a Te

perché possa entrare con Te

nella quiete di un amore purissimo.

 

Padre, Padre mio e Padre di tutti,

danzo, agile e lieve, dinanzi all’arca della tua eterna alleanza

e nella Chiesa mi vesto di luce perché rinata nella tua Misericordia,

fino al compimento del mio struggente desiderio:

stare con te, senza veli, per sempre.

 

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[1] P. EVDOKIMOV, La connaissance de Dieu dans la Tradition Iconographique in Unité Chrétienne, 46-47, Lione 1977, p.59.

[2] Adv, Haer. 5, PG 7, 1120.

[3] Abercii Epitaphium, in F. Cabrol, «Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie», vol. I, Paris 1907, pp. 66-87.

[4] C.M.MARTINI, Il vangelo secondo Giovanni, Roma 1984, p.164.