Sul lago di Tiberiade
l’annuncio: «È il Signore!».
L’icona trae origine dalla prima e dalla seconda pesca miracolosa
narrate in Luca 5, 4-11 e in Giovanni 21, 1-14.
«Gesù si manifestò ancora ai
discepoli». La parola “manifestarsi”, usata da Giovanni
nel suo Vangelo nove volte, è applicata tre volte agli incontri col
Risorto e tutte le volte in questo racconto. ‘Manifestare’ (planeróo)
significa ‘rendere chiaro’. Un esplicito suggerimento ad uscire
dall’oscurità per venire alla luce: Cristo Gesù è ormai presente e vivo
in mezzo a noi.
È il Signore che ha sconfitto per sempre le tenebre della morte. Mentre
noi siamo nel mare del mondo a compiere l’opera che ci ha affidato, Lui
è già a riva, sulla ‘terra’ e dà lì ci assiste, ci conforta e dirige col
dono della sua Parola; ci rinforza invitandoci a ‘mangiare’ e a ‘bere’
con lui. Solo così la nostra pesca si fa fruttuosa rendendoci
effettivamente attivi e partecipi alla fecondità della vita.
Luogo
in cui tutto si svolge è sempre sulla riva del lago di Tiberiade (o mare
di Galilea), all’alba, dove si approda al termine di una notte di
fatica. Su questa soglia, tra mare e terra, luogo di partenza e di
approdo di ogni missione, Gesù ritorna a manifestarsi raggiungendo i
suoi che stanno ancora pescando mentre già affiora in loro la delusione
del rinnovato e doloroso insuccesso. Infatti: «In quella notte non
presero nulla» (Gv 21,3b).
Gesù spesso lavora dentro la nostra inquietudine e delusione, ma
continua a chiamare e scommettere sulle nostre risposte. Così, per
il fascino di una Voce e l’inspiegabile nostalgia di una Presenza
risuona l’unica risposta valida: «È il Signore!» (Gv 21,7). Sarà come la
prima volta: uno sguardo, un’intesa, una consonanza sintonica immediata,
certa e generosa: «È il Signore!». Riconosciuto attraverso l’ascolto
della Parola e reso presente e vivo attraverso l’amore fedele perché
solo l’amore vede in chiarità e fino in fondo.
Tutti, infine, giungono a riva presso Gesù, ma in modi e momenti
diversi: chi a nuoto come Pietro, chi con la barca e trascinando il peso
dei pesci.
In Gv. 21,3-13 l’attore principale sulla scena dopo il Signore Gesù è
certamente Simon Pietro. Si direbbe che qui l’evangelista persegua lo
scopo di riabilitare l’Apostolo dopo il rinnegamento durante la
passione. In effetti la tradizione cristiana antica parla di
un’apparizione speciale o personale di Gesù al primo degli apostoli.
Fa testo l’antichissimo documento tramandatoci da san Paolo in 1Cor. 15,3-5:
«A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto,
cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici».
Non stupisce che nella sua prima lettera Pietro manifesti un prepotente
bisogno di ringraziare Dio: «Benedetto Dio, il Padre del nostro Signore
Gesù Cristo». Dire «Benedetto Dio» è un modo di ringraziare Dio. Pietro
mette il rendimento di grazie come prima disposizione fondamentale del
discepolo. «Nella sua grande misericordia, egli ci ha fatto rinascere
mediante la risurrezione di Gesù Cristo» (1Pt 1,3). Si riconosce oggetto
della misericordia divina, grazie alla quale è potuto rinascere nel
mistero pasquale. Alla fine di questa lettera bellissima, raccomanda a
tutti l'umiltà. Dice: «Rivestitevi tutti di umiltà, gli uni verso gli
altri, perché Dio resiste ai superbi, ma da grazia agli umili.
Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché egli vi esalti
al tempo opportuno, gettando via ogni preoccupazione, perché egli ha
cura di voi» (1Pt 5,5-7). È il frutto della conversione di Pietro, un
frutto soave, un frutto saporito, un frutto di umiltà e di riconoscenza:
amore riconoscente, non più pretesa superba di generosità - salvare Gesù
-, ma accoglienza umile, gioiosa e riconoscente della salvezza offerta
dal Signore che, a riva, ci aspetta, orientando senza forzare in alcun
modo la nostra libertà e il desiderio di corrergli incontro per stare
per sempre con Lui.
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (21,1-14)
1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di
Tiberiade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro,
Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e
altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli
dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla
barca; ma quella notte non presero nulla. 4 Quando già era l’alba, Gesù
stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5
Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli
risposero: «No». 6 Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte
destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a
tirarla su per la grande quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che
Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che
era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era
svestito, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con
la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani
da terra se non un centinaio di metri. 9 Appena scesi a terra, videro un
fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù:
«Portate un po’ del pesce che avete preso ora». 11 Allora Simon Pietro
salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré
grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12 Gesù
disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava
domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. 13
Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.
14 Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere
risorto dai morti.
LETTURA DELL'ICONA
Nell’icona, a sinistra, Cristo è ritto ai piedi del monte a base unica
ma con tre cime, segno e rimando inconfutabile alla SS. Trinità. Il
monte è simbolo della teofania, della manifestazione di Dio: questa è la
terza volta che si rivela dopo la risurrezione. Le rocce sono
trasfigurate, non hanno nulla di materiale né di terreno ed è su di esse
che Cristo appoggia i piedi.
La statura del Signore è decisamente molto più elevata rispetto agli
altri personaggi rappresentati. È un canone iconografico attraverso cui
si mette in evidenza l'importanza di Gesù rispetto alle altre persone
raffigurate. L’atteggiamento è un esplicito invito al dialogo. Egli si
presenta con la sua consueta benignità e amicizia: le mani protese verso
il lago, chiaro segno di aiuto, appoggio ed incoraggiamento.
Davanti a Lui un fuoco, a fianco del quale sono deposti dei pesci.
Mentre nella parte bassa, al centro dell'icona, si scorge Pietro che
nuota incontro a Gesù, nella parte destra invece, all’interno di una
barca, i discepoli.
Gli Apostoli, dopo aver ascoltato l'invito di Gesù a buttare le reti
dalla parte destra della barca, stanno trattenendo la rete colma di
pesci e sono in procinto di raggiungere la riva.
Essi, dentro la barca, hanno volti colmi di meraviglia e stupore verso
il Maestro, i loro atteggiamenti sono di grande sorpresa nell' assistere
alla sua manifestazione. Non ‘vedono’ ma si fidano. Si pongono in
dialogo con Gesù, dopo averlo ascoltato e ubbidito alla Sua Parola. Così
l’abbandono fiducioso riceve piena ricompensa.
L'albero e l’arbusto sullo sfondo simboleggiano Gesù-albero della vita,
la pietra che scartata diventa testata d'angolo, la roccia su cui
edificare la nostra vita. Il verde dell'albero e della vegetazione ci
rimandano alla simbologia della fertilità della Parola.
Gesù è in piedi perché è risorto. È circonfuso da un nimbo dorato
(comunemente chiamato aureola) nel quale è iscritta una croce; in esso
troviamo scritte le parole "Colui che è", espresse con le tre lettere
greche. Gli abiti che lo rivestono sono di colore blu e rosso. Il blu
richiama il cielo, quindi la sua divinità, mentre la tunica rossa,
rimanda al sangue versato per amore dell'uomo, racconta la sua umanità e
il suo sacrificio.
Pietro è raffigurato mentre a nuoto "corre" verso Gesù: appena ha
riconosciuto il Maestro, si è buttato dalla barca a differenza degli
altri e, prima ancora di toccare terra, si pone in atteggiamento di
riverenza porgendogli le mani vuote in completo abbandono. I fianchi
sono cinti con un camiciotto bianco, chiara allusione alla risurrezione
del Cristo appena riconosciuto.
La rete, che è simbolo della venuta del Regno dei cieli, è colma di
pesci. Il fuoco con i pesci richiamano all'invito di Gesù a venire a
mangiare con Lui.
L'icona ha uno sfondo dorato ad indicare la luce divina che inonda di sé
tutta la rappresentazione.
MEDITARE CONTEMPLANDO
“Navigare in cattive acque" è un
modo di dire per indicare la difficoltà del vivere umano in certe
situazioni estreme. In fondo rende bene anche il nostro vissuto di oggi,
nel momento in cui i simboli stessi della capacità dell'uomo, del
progresso, del mondo industrializzato diventano insicuri come la
superficie del mare.
Il contesto della vita umana sono "le grandi acque" o "i fiumi in
piena", ci dicono i salmi, con la connotazione che nel linguaggio
biblico hanno queste realtà, cioè quella di essere figure del male, del
negativo, del pericolo, del nemico: una situazione di debolezza e di
peccato da cui l'uomo non sa tirarsi fuori da solo. Ma può comunque
uscirne invocando l'aiuto di un Altro più potente di lui: "... alzano i
fiumi il loro fragore. Ma più potente delle voci di grandi acque, più
potente dei flutti del mare, potente nell' alto è il Signore" (Sl
93,3-4).
Per il credente di Israele era evidente che solo il Signore può
camminare sul mare (cf Sl 77,17s), dominare il mare (Sl 89,9ss; 74,13s;
1O7,23ss), così come solo il Signore può perdonare i peccati.
I pesci, abitanti di queste acque, da una parte, se di
grande dimensioni, erano visti come minaccia, come espressione del
mistero del male che si nascondeva negli abissi, dall'altra i pesci
normali, quelli che venivano pescati per nutrirsi, esprimevano forza
vitale, proprio per quel loro vivere nelle acque, e acque profonde da
cui possono risalire in superficie vivi!
Gesù, nel battesimo che vuole ricevere da Giovanni il Battista,
mettendosi tra i peccatori, entra nelle nostre acque cattive e ne esce
avendole trasformate in fonte di benedizione e Spirito Santo.
L'icona della pesca e dei pesci quindi ben si presta a Gesù per indicare
l'opera di salvezza che riguarda proprio gli uomini nel loro vivere in
situazioni segnate dal peccato, dal male, dalla morte, ma mai disperate,
per la forza della vita o meglio del Vivente.
Gesù insegna, chiama, invia stando presso il mare di Tiberiade:
questo il luogo in cui esercita la sua regale autorità! Il farlo stando
sul mare indica che può insegnare in mezzo a tutto quanto di negativo e
avverso c'è nella storia umana: la sua Parola è più potente ed efficace
di qualsiasi difficoltà ed ostacolo. Per dare evidenza alla forza della
sua Parola, infine, Gesù chiede a Simone di prendere il largo, o meglio
di "andare in acque profonde" e gettare là le reti, pur non essendo il
momento adeguato.
Simone, divenuto Pietro, ha capito che chi domina il mare e i suoi
abitanti non può che essere dall'Alto e, da uomo peccatore come tutti,
percepisce la distanza: è questo lo stupore di cui si parla nel testo,
sentimento forte che si sperimenta di fronte a un’inaspettata teofania.
Le parole di Gesù lo confermano: invitano a "non temere", ma anche
affidano una vocazione-missione e quindi rendono nuove creature quei
pescatori che per Lui lasciano tutto e lo seguono.
L’episodio non suscita perplessità dal punto di vista storico, nel senso
che può essere del tutto verosimile, in quel luogo, in quell’epoca,
tuttavia si riveste anche di un intenso messaggio teofanico ed esprime
come il Signore si rivela a chi lo ascolta all' interno della propria
vita, con eventi e parole a lui consuete.
Dove? Proprio là dove sperimenta soprattutto il limite, l'insuccesso, la
delusione. "Sulla parola del Signore" non si deve far altro che quello
che si sa fare, non si deve far altro che quello che il quotidiano
chiede, come e quando il Signore vuole, certo, a volte, anche al di là
delle regole del buon senso, gettando le reti in momenti inattesi e
inadeguati, in "acque profonde", là dove ci sono sempre germi di vita
che Lui solo sa. Non è possibile portare frutto sul piano spirituale in
profondità, nella propria vita come nella storia, se non per mezzo della
fede-fiducia nel Signore. Ma la verifica della nostra fede-fiducia sta
nel ritrovarsi pesci "vivi" con i pesci che lottano per la vita,
peccatori perdonati tra peccatori che cercano la luce, capaci solo di
piccole cose: solo il Signore salva!. Allora il Signore potrà servirsi
di noi, delle nostre barche, della nostra pesca. Ecco che cosa significa
il grido:” È il Signore!”.
Cristo è veramente il Signore della mia vita, e questo è un annuncio
kerigmatico potentissimo anche per gli altri. È chiaro che quando
Giovanni lo proclama sulla barca Pietro ha un sobbalzo, si tuffa
senza indugi perché ha capito che di fronte al Maestro non si possono
più fare i conti. Pietro è l’uomo che ha raggiunto la piena coscienza
del suo essere totalmente afferrato da Cristo.
La vicenda più sconvolgente della sua vita era proprio iniziata lì, sul
lago di Tiberiade, e subito aveva manifestato d’essere un uomo generoso
che voleva fare molto per Dio.
“Quando Gesù lo chiamò, Pietro lasciò tutto e lo seguì (Mt 4,19-20). Poi si mostrò sempre generoso, come possiamo leggere nel vangelo. Quando c'era qualcosa da fare, vediamo che Pietro subito si presenta come il più pronto a parlare, il più premuroso nell'agire. Quando Gesù chiede ai Dodici: «Voi chi dite che io sia?», è Pietro a rispondere, con una magnifica professione di fede (Mt 16,16). Dopo il discorso sul pane di vita, quando parecchi vanno via, e Gesù chiede ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?», è Pietro a rispondere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Quando Gesù nella notte cammina sul mare e si avvicina alla barca, i discepoli sono spaventati, poiché credono di vedere un fantasma. Pietro dice: « Se sei tu, Signore, dimmi di venire a te sulle acque» (Mt 14,28). Gesù dice di sì e Pietro scende dalla barca: conosciamo il seguito. Alla Trasfigurazione Pietro propone di fare tre tende, per Gesù, Mosè ed Elia (Mt 17,4). Al Getsemani sguaina la spada per difendere Gesù (Gv 18,10). Anche dopo Pasqua, nell'apparizione in riva al lago, Pietro si butta nell'acqua per raggiungere presto Gesù (Gv21,7). La generosità di Pietro è evidente. Spesso la conversione è intesa come il passaggio da una vita mediocre, poco generosa, a una vita molto generosa. Molti hanno bisogno di questo genere di conversione. Pietro non ne aveva bisogno. Al contrario, la sua conversione doveva consistere, paradossalmente, nel rinunziare alla propria generosità. Possiamo pensare che sia una strana conversione, ma questa è la conversione più necessaria: rinunziare a fondare tutto sulla propria generosità per fondare tutto sulla grazia di Dio, sull'amore gratuito di Dio. Una conversione fondamentale per ciascuno di noi: sempre da rifare” (A.Vanhoye, Pietro e Paolo, Milano 2008, p.17ss).
Togliere gli indugi, togliere tutte le remore sociali, le convenienze, i
rischi è la risposta perfetta di Pietro, è la risposta dell’uomo che,
fatto per amare, sceglie di amare. E amare vuol dire sempre mettere i
piedi fuori dalla barca, tuffarsi e osare. Pietro è segno dell’amore che
si butta totalmente e con coraggio si lascia completamente attrarre da
Dio. Charles De Foucauld amava dire:” Appena fui certo che Dio esiste,
capii che non potevo far altro che vivere per Lui!”. Pietro ha intuito
questo e sceglie di mettere la sua vita a disposizione di Cristo. Da qui
inizia la vera ricostruzione della sua esistenza. Farsi persona capace
di amare, capace di darsi alla missione, capace di conquistare altri,
capace di assumere la responsabilità di altri perché la fede implica
questa specie di stupore di fronte alla presenza nascosta di Dio nel
cuore del mistero dell'uomo.
Chiediamoci:
· Quando nella mia vita ho colto il primato di Dio?
· In quali occasioni mi si è manifestato?
I gesti familiari, più ancora del ‘mistero’ che avvolge la scena,
rivelano il Signore: un fuoco, della brace, dei pani, dei pesci…
In quell' alba fresca e nebbiosa, il Maestro porge agli apostoli del
pane e del pesce da lui stesso preparati: è un modesto convito, dono del
Signore, prefigurativo e simbolico. Invito al banchetto eucaristico:
"Venite a mangiate" per essere sempre con noi “fino alla fine dei
tempi”. Certo, ormai oltre alla fede c'è l'amore, l'amore di Gesù che
attende sulla riva ogni uomo per ristorarlo. C’è il discepolo amato che
lo riconosce nell’intuizione di una fede che sgorga dall’interiorità
profonda, e c’è il discepolo che, come Pietro, gli va incontro, pronto
generoso e nudo, con la veste cinta come il Maestro nella lavanda dei
piedi. È amore che si esprime nel mettere insieme i pesci del Signore
con quelli degli uomini, nel banchetto di comunione.
Cristo si offre nel segno sconvolgente non solo del “mangiare con Lui”,
ma nel “farsi mangiare” ogni giorno da noi. Nel suo imprevedibile
amore rende la sua umanità disponibile alla storia di tutti gli
uomini per essere lode di Dio in ogni momento della nostra vita.
PREGHIAMO
Signore Gesù,
hai messo dentro di noi tanti desideri
e li hai messi perché ci hai fatti per te.
L’uomo è fatto per te
e “il nostro cuore è inquieto
finché non si riposa in Te.
Ti ringraziamo, Signore,
perché ci hai fatto così grandi nei nostri desideri,
ci hai fatto senza limiti.
Ti ringraziamo anche, o Gesù,
perché talvolta ci fai poveri,
perché attraverso la pesca infruttuosa
diventiamo i poveri del regno,
coloro che sentono che Dio solo colma i desideri,
che Dio colma la nostra fame e sete di giustizia,
asciuga le nostre lacrime, riempie il nostro cuore.
Fa’, o Signore, che noi ti riconosciamo sulla via dei nostri desideri,
che sappiamo aprire il cuore alla verità del tuo manifestarti a noi.
Te lo chiediamo insieme con Maria,
che ti ha riconosciuto fin dal tuo primo manifestarsi a Lei,
insieme con i Santi dei nostri tempi,
che hanno ascoltato la voce;
con i martiri dei nostri tempi,
con tutti coloro che hanno ascoltato la tua voce
che parlava dentro e diceva: fa’ qualcosa per tuo fratello.
Apri il nostro cuore
perché anche noi viviamo questa esperienza
nella semplicità,
tu che vivi e regni
con il Padre e lo Spirito Santo
nei secoli dei secoli. Amen
Card. Carlo Maria Martini