Il Nymphios o Cristo Sposo
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Icona realizzata da un'allieva de "La Glikophilousa"
Il fuoco nascosto è come spento
sotto la cenere di questo mondo…
scoppierà e incendierà divinamente
la corteccia della morte.
San Gregorio di Nissa
La tipologia iconografica del “Cristo Sposo” sembra
aver fatto la sua comparsa nel sec. XI e dal XIII la si trova
frequentemente non solo riprodotta su tavola ma anche sulle pareti delle
chiese e sulle miniature dei codici. In particolare questa su cui ci
soffermiamo a pregare oggi è di origine greca e risale al sec. XVI.
Alcune considerazioni: in riferimento a Gesù, cosa
accomuna Cana con Gerusalemme? L’uno è il luogo dell’inizio
dell’attività apostolica del Cristo, l’altro è il luogo del compimento
della sua missione. Entrambe rimandano al mistero della sponsalità
tra Cristo e la Chiesa.
L’oro che circonda questa icona coniuga le nozze di Cana con il
mistero nuziale di Cristo sulla croce. La sua luminosità e compattezza
distolgono dalla possibilità d’immaginare o raffigurare altro, Cana o
Gerusalemme che sia. Per cui tutta la nostra attenzione è diretta al
centro dell’icona: il Cristo, che c’invita a focalizzare il cuore del
mistero salvifico, senza concederci d’indugiare esageratamente sul
nostro “essere sposa”. Qui tutto è invito “alla festa di nozze”, alla
“gioia dell’incontro”, “alla liturgia sponsale”, alla tensione del cuore
che scaturisce dalla consapevolezza di essere consacrati a Lui. Una
gioia sovrabbondante che va oltre il riferimento alle sue piaghe, al
sepolcro, al suo Volto segnato dal dolore, al capo reclinato, al corpo
totalmente abbandonato alla volontà del Padre, talvolta sorretto dalle
braccia di Maria che si sono sostituite alle braccia della croce.
Cana, nella festa di nozze, e Gerusalemme, nella nuzialità della Croce:
Maria è lì, come le vergini prudenti della parabola, come chi, compiendo
la volontà di Dio, è sposa, sorella e Madre del Redentore. E
come le vergini prudenti, non cessa mai di vigilare: a Cana è Lei a
vegliare sulla festa degli sposi, perché non manchi il vino della gioia;
e ci piace immaginarla anche tra le vergini prudenti nel gesto di
alimentare la lampada dell’attesa con l’olio della vigilanza; ed infine
a Gerusalemme, è lei a vegliare ancora una volta e per sempre sulla
Chiesa affidatale dal Figlio nel momento solenne della morte.
Ora, nel silenzio della fede condivisa con la Madre,
contempliamo l’icona dello Sposo: qui si celebra soprattutto la
suprema umiliazione del Salvatore, sottolineata dalla dimessa nudità del
suo corpo, e la sponsalità sacrificale di Dio «che consuma le sue nozze
sul talamo della croce per generare dal suo sangue l’umanità redenta»,
come cantano i testi degli antichi Inni liturgici bizantini della Grande
Settimana Pasquale. Centro ideale di tutta la composizione è il volto
del Salvatore, colmo di profonda pensosità e compassione. Davvero
stupisce la nobile quiete del Cristo ed induce, al contempo, ad
intravvedere nei tratti del dolore consegnati alla morte i segni
sfolgoranti della sua gloria radiosa, paradosso di un mistero di
sovrumana bellezza che ci attrae e ci trascende, come canta l’inno
cristologico di S. Paolo ai Filippesi: (Fil. 2,6-11).
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre.
Fil 2,6-11
Ogni icona è Parola di Dio a colori che rivela,
annuncia e spiega.
“Lo Sposo” fa da sfondo alla meditazione liturgica dei
primi tre giorni della Settimana Santa che in Oriente è dominata
dal tema delle nozze di Dio con l’umanità. Nel mattutino di questi
giorni, detto “Ufficio dello Sposo”, l’icona viene solennemente portata
in processione ed esposta alla venerazione dei fedeli che accorrono a
baciarla, mentre cantano:
“ Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che
troverà vigilante, indegno invece quel servo che troverà negligente!
Guarda dunque anima mia di non lasciarti opprimere dal sonno, per non
essere consegnata alla morte e chiusa fuori dal Regno! Invece vegliando
grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio! Per intercessione della Madre
di Dio abbi pietà di noi!”
LETTURA DELL’ICONA
Su sfondo oro, l’icona raffigura il busto del Cristo morto posto dentro
il sepolcro. E’ una Imago Pietatis cioè la deposizione deI corpo nudo
del Cristo nel sepolcro. Egli ha le mani incrociate davanti al petto e
mostra ben visibili i segni delle ferite nelle mani e nel costato.
L’oro è il segno della trasfigurazione. Esso toglie la prospettiva, lo
sfondo, l’ambientazione. E’ luce increata che emerge a fiotti verso di
noi. Il kronos, il tempo malefico della vecchiaia e del male, del
peccato e della morte, non esiste più come proclama l’Angelo di Dio,
figura del Cristo Risorto: “ Allora l’Angelo che avevo visto con un
piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo e
giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli che ha creato cielo,
terra, mare e quanto è in essi” (Ap.10,5-6). Il kairos, il tempo divino
della salvezza, ormai è qui. E’ per noi che siamo chiamati alla luce
increata. La divina trasfigurazione è dunque compiuta. Egli si è fatto
come noi perché noi diventiamo come Egli è.
Il Corpo di Gesù è “il segno” divino per noi. Qui si realizza la
profezia di Isaia sul Servo sofferente: “Egli è stato trafitto dai
nostri crimini, è stato colpito dai nostri peccati, la punizione che è
salvezza per noi è caduta su di lui e nelle sue piaghe sta la nostra
guarigione” (Is.53,15). Nel Corpo del Signore è rivelata, in tutto il
suo dramma, la kenosi, lo svuotarsi di Dio in nostro favore, assumendo
“la forma di uomo”. Sembra di riudire le parole “profetiche” del
salmista: “mi hai formato un corpo, allora ho detto: ecco io vengo per
compiere, o Dio, il tuo volere” (cf. Sl. 40,7-9). Un Corpo che Maria ha
generato per opera di Spirito Santo. Corpo che è stato visto dagli
uomini mentre cresceva la sua umanità, mentre oramai uomo percorreva la
Galilea, la Giudea e la Samaria, frequentava la sinagoga, operava
guarigioni, insegnava, chiamava i discepoli, sfamava le folle,
resuscitava i morti. Con questo corpo ha sperimentato la fame, il sonno,
il dolore. Ha pianto e ha gioito. Infine questo stesso Corpo ha
consegnato nella notte di Pasqua: ‘prendete e mangiate… : fate questo in
memoria di me’.
Ecco l’uomo, ecco il vostro re, esclamerà con ironia Pilato dopo averlo
coronato di spine e rivestito di porpora:
“Non ha apparenza né bellezza
da attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini
Uomo dei dolori che ben conosce il patire,
uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui:
per le sue piaghe noi siamo stati guariti”
(Is. 53,2-5)
ECCO L’AGNELLO DI DIO: così l’aveva acclamato Giovanni il Battista
indicandolo ai discepoli al Giordano, intendendo così definirlo Agnello,
Servo, Pane di Dio.
Egli E’ LEGATO. Poiché è l’Isacco nuovo, il Figlio Unico, il Diletto
portato al sacrificio per amore (Gen. 22,2): per noi il Padre non l’ha
risparmiato.
LE SUE MANI SONO PIAGATE DAL SEGNO DEI CHIODI. Le stesse mani che il
Risorto mostra ai dieci apostoli nel Cenacolo la sera di Pasqua per la
loro gioia (cf. Gv.20,20). Sono i segni della sua ferita sacrificale con
la quale ci ha risanati dall’antica colpa.
IL SUO COSTATO E’ TRAPASSATO. Da esso subito sono usciti “sangue e
acqua”, cioè la nuova effusione dello Spirito, realizzazione della
promessa di Gv. 7,37-39: “Chi ha sete venga a me e beva chi creda in me.
Dal mio intimo usciranno fiumi d’acqua viva”.
Il compiersi di una promessa anticipata nel segno delle nozze di Cana
quando, come Sposo, siglando l’alleanza nuova, trasformò l’acqua del
non-senso in Vino Eucaristico, buono “all’ultimo«. Segno supremo e
finale. E tutto avvenne per la richiesta discreta e insistente di Maria,
la Sposa, la Regina, la Madre, la Chiesa. Dirà: “Fate quanto egli vi
dirà”, anticipo ed eco del mandato eucaristico: “Fate questo in memoria
di me”.
Il Costato di Gesù è come una rupe: “Noi siamo estratti dal Cristo come
da una cava” (S. Massimo di Torino). Il costato di Cristo è il divino
talamo nuziale nel quale entra la Chiesa Sposa che si unisce al Re nel
sonno della sua morte e nella potenza della sua Resurrezione.
Da tutto il corpo traspare serenità e gloria: la passione e morte non ha
alterato nulla, a testimonianza di quanto la tradizione orientale
afferma: “La carne di Cristo rimase estranea a ogni genere di
decomposizione per l’inabitazione in essa del Logos” (Atanasio il
Grande, PG 25,112). Nell’icona non ci sono né contrazioni della bocca né
occhi obliterati. Tutto rivela la regale nobiltà di Gesù che si
sacrifica volontariamente. Pur nell’immobilità della morte conferita
dagli occhi chiusi, Cristo nel sepolcro ha un’espressione intensa, forte
tale da diffondere in chi lo contempla un’impressione di pace e di
vittoria.
IL VOLTO. E’ volto umano di Dio che si fa carità amorosa. Il colore
della carnagione è di una tonalità che si può definire “colore di terra
impastata di luce non identificabile con nessuna razza; è il volto del
genere umano, e tutte le culture e le razze in esso si riconoscono…Il
colore di terra dell’icona è come un campo arato e preparato a semina.
Un terreno deserto, assetato d’acqua e bramoso di un segno di vita.
Terra simile ad un campo in cui qualcuno ha seminato fiducioso il seme e
attende, nel dono della pioggia e della luce e del calore del sole, il
compimento delle sue speranze. Cristo dorme. Non è il sonno della morte
ma quella del nuovo Adamo. Da questo ‘sonno profondo’ scaturirà la
Chiesa, la nuova Eva. Il capo è reclinato in segno di accettazione. Gesù
ha detto il suo amen : “vengo a fare la tua volontà” ed ora “tutto è
compiuto” (Gv.19,30).Le dominanti del volto sono una straordinaria
regale maestà, tranquillità e serenità
Dietro s’intravvede LA CROCE con infissi tre chiodi, e, all’estremità
superiore, un cartiglio: RE DI GLORIA. Il legno del patibolo è il letto
nuziale, è l’altare del sacrificio dove la carne del Signore con il suo
sangue sono perennemente pronti, offerti e donati con gioia
inesprimibile: venite, prendete e mangiate, venite saziatevi e
dissetatevi.
IL SEPOLCRO non riesce a trattenere la Vita ma si fa trono dello Sposo e
Re divino, si fa ambone dal quale l’angelo del mattino di Pasqua
proclama: “E’ Risorto! Andate ed annunciate!”. “Con la morte, Cristo, ha
vinto la morte!” (Tropario pasquale).
Ai due lati del capo volteggiano due ANGELI ad ali spiegate: quello di
destra esprime dolore e spavento, quello di sinistra invece sorpresa per
l’enormità del delitto di cui è vittima il Figlio di Dio. Essi hanno
visto Dio diventare uomo, vivere e operare tra gli uomini. Hanno visto
Dio morire come un malfattore. Hanno visto Dio risorgere. Lo
acclamano per l’eternità: “Santo, santo, santo è il Signore Dio! I cieli
e la terra sono pieni della tua Gloria!”.
La Chiesa, noi Chiesa, siamo invitati ad entrare nella stessa lode
cosmica, canto di lode e di perenne unione tra cielo e terra.
Il Nymphios è adorabile.
Noi adoriamo la sua Croce perché egli è l’unico buono.
Noi adoriamo la sua Resurrezione.
Noi adoriamo il suo Santo Volto,
che è perennemente rivolto al volto della sua Sposa,
noi Chiesa.
PREGARE L’ICONA DELLO SPOSO
Canto
Parola di Dio: Gv.19,28-27
Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per
adempiere la Scrittura: “Ho sete“. Vi era lì un vaso pieno d’aceto;
posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela
accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto
è compiuto!” E, chinato il capo, spirò. Era il giorno della Preparazione
e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato
(era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che
fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i
soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato
crocifisso insieme con lui. Giunti però da Gesù e vedendo che era
già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il
fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli
sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Tutto infatti avvenne
perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un
altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui
che hanno trafitto.
Preghiamo
O Sposo bellissimo,
che ci hai invitato al convito spirituale del tuo talamo,
spogliami della veste dei peccati con la partecipazione alle tue
sofferenze
e, ornandomi con la veste di gloria della tua bellezza,
rendimi splendido commensale del tuo Regno,
Tu, il Misericordioso, che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Tutti - Amen
“Andategli incontro…” . Stringiamoci attorno “al più Bello tra i figli
dell’uomo” con i segni della bellezza.
(ognuno accende il lume, riempie col suo grano l’incensiere . L’icona
viene incensata mentre si canta)
Santo Dio, Santo forte, Santo immortale abbi pietà di noi (tre volte)
La Chiesa, tutti noi, vogliamo essere la Sposa che rompe il suo lungo
silenzio e grida il suo desiderio di vivere con lo Sposo e di avere lo
Sposo in lei. Lasciamoci svegliare dal grido: “Ecco lo Sposo…” e
accogliamo Colui che viene nell’Amore.
Guida - Giovanni Ruusbroec (1293-1381), il più grande tra i
mistici del nord, detto anche ‘Angelo della Slesia’, c’invita ad una
lettura meditata personale e silenziosa.
“Ecco arriva lo Sposo, uscitegli incontro!” Queste parole ce le riporta
l’evangelista Matteo e sono esattamente le parole che Signore Gesù disse
un giorno ai suoi discepoli, o meglio, a tutti gli uomini in una certa
parabola di vergini. Ma lo sposo è lui stesso, il Signore Gesù; e la
sposa è la nostra natura umana, ch’egli costruì a somiglianza sua, e la
collocò, fin da principio, in un lembo di terra alto ed elegante, che
superava ogni altro sito per fertilità, benessere, gioia, delizia; era
il paradiso. Le assoggettò anche tutte le creature, l’adornò di grazia e
le promise che, se gli fosse stata fedele, l’avrebbe fatta sua sposa con
un patto eterno. Invece comparve dal tartaro quello scaltro nemico
malvagio, che, invidioso di così tanta felicità riservata all’uomo,
prese la subdola forma di un astuto serpente e ingannò la donna, e
subito dopo, tutti e due portarono alla rovina l’uomo, nel quale
risiedeva principalmente la natura umana.
Così, con inganno, il serpente rovinò la natura umana sposa di Dio; che
quindi fu relegata nuda, impotente, schiava, strapazzata in terra
d’esilio e senza possibilità di riconciliazione.
Eppure, quando giunse l’ora di Dio, Dio stesso, mosso a compassione
della sua diletta, mandò in terra suo Figlio, l’Unigenito. Lo mandò in
una dimora stupenda, in un tempio glorioso, nell’utero santissimo d’una
Vergine illibata; ed ivi l’Unigenito sposò questa nostra natura,
assorbendola nella sua persona, grazie al sangue purissimo di quella
Vergine eccelsa. L’Angelo Gabriele portò alla Vergine e al mondo il
messaggio delle nozze, la Vergine Gloriosa concesse la sua ospitalità,
lo Spirito Santo fu il sacerdote che consacrò le nozze. Così Cristo, lo
Sposo amabilissimo, fece sua la nostra natura, venne a stare con noi,
nel nostro esilio, c’insegnò la dottrina e i costumi del cielo con una
dedizione instancabile. Lottò contro i nostri nemici, infranse le
sbarre del nostro carcere e con la sua morte annientò la nostra morte;
ci riscattò col suo Sangue prezioso, nelle acque vitali del battesimo
restaurò la nostra libertà e ci ricolmò di doni con i suoi sacramenti;
così, adorni di tutte le virtù da lui insegnate, potremo incontrarlo
nella dimora della gloria, per godere con lui della sua felicità, senza
fine.
Ecco, sta arrivando lo sposo; uscitegli incontro! dice il Maestro di
Verità, Gesù Cristo; e con queste parole l’incomparabile amico nostro
ci vuole insegnare quattro cose.
Con quell’Ecco vuoi metterci all’erta. Ci dice: Attenti, guardate.
Perciò quelli che non fanno attenzione a questo comando, vengono
condannati.
Con le parole: Sta arrivando lo Sposo, il Maestro richiama la nostra
attenzione su quello che dev’essere l’oggetto della nostra continua
riflessione: l’arrivo dello sposo.
Con le parole: Muovetevi, o andate, ci dice che cosa dobbiamo fare.
Con le ultime: Incontro a lui, ci precisa dove debbono essere dirette le
nostre azioni e la nostra vita, poiché questa non dev’essere altro che
una corsa affettuosa verso lo Sposo Gesù Cristo” (Lo splendore delle
nozze spirituali)
Preghiamo
Contemplo Te, Gesù: Tu sei lo Sposo.
Perciò:
TUTTI - “Io gioisco
pienamente nel Signore,
la mia anima esulta nel mio Dio,
perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza,
mi ha avvolto con il manto della giustizia,
come uno sposo che si cinge il diadema
e come una sposa che di adorna di gioielli” (Is. 61,10)
Concludiamo la nostra preghiera con il bacio dell’icona accompagnato
dall’antica preghiera di un Autore del secolo XI:
“Bacio la tua passione, con cui io sono stato liberato dalle mie brutte
passioni.
Bacio la tua croce, con cui hai condannato il mio peccato e mi hai
liberato dalla condanna a morte.
Bacio quei chiodi con cui hai rimosso il castigo della maledizione.
Bacio le ferite delle tue membra, con cui sono state fatte guarire le
ferite della mia ribellione.
Bacio la canna con cui hai firmato l’attestato della mia liberazione e
con cui hai colpito la testa arrogante del drago.
Bacio la spugna accostata alle tue labbra incontaminate, con cui
l’amarezza della trasgressione mi fu trasformata in dolcezza. Avessi
potuto gustare io quel fiele, quale dolcissimo cibo non sarebbe stato!
Avessi potuto io prendere l’aceto, che piacevole bevanda! Quella corona
di spine sarebbe stata per me un diadema regale. Quegli sputi mi
avrebbero ornato come splendide perle. Quegli schemi mi avrebbero ornato
come segni di profondo ossequio. Quegli schiaffi mi avrebbero
glorificato come il prestigio più alto.
Ti bacio, Signore, e la tua passione è il mio vanto.
Bacio la lancia che ha squarciato la cambiale contro di me e ha aperto
la fonte dell’immortalità.
Bacio il tuo franco dal quale sgorgarono i fiumi della vita e zampillò
per me il ruscello perenne dell’immortalità.
Bacio i tuoi panni funebri con cui mi hai adornato togliendomi i miei
abiti vergognosi.
Bacio la preziosissima sindone di cui ti sei rivestito per avvolgere me
nella veste dei tuoi figli adottivi.
Bacio la tomba nella quale hai inaugurato il mistero della mia
risurrezione e mi hai preceduto per la strada che esce dalla morte.
Bacio quella pietra con cui mi hai tolto il peso della paura della
morte.
GIORGIO di NICOMEDIA (sec. IX), Maria ai piedi della croce
APPROFONDIMENTI
LA MADONNA DEL SABATO SANTO
Noi non sappiamo, o Maria, da quale tipo di consolazione profonda sei
stata sostenuta nel tuo Sabato santo. Siamo certi però che Colui che ti
ha gratificata di tali doni in momenti decisivi della tua esistenza ti
ha sostenuto anche in quel giorno, in continuità con tutte le grazie
precedenti. La forza dello Spirito, presente in te fin dall'inizio, ti
ha sorretto nel momento del buio e dell'apparente sconfitta del tuo
Gesù. Tu hai ricevuto il dono di poterti fidare fino in fondo del
disegno di Dio e ne hai riconosciuto nel tuo intimo la potenza e la
gloria. Tu ci insegni così a credere anche nelle notti della fede, a
celebrare la gloria dell'Altissimo nell'esperienza dell'abbandono, a
proclamare il primato di Dio e ad amarlo nei suoi silenzi e nelle
apparenti sconfitte. Intercedi per noi, o Madre, perché non ci manchi
mai quella consolazione della mente che sostiene la nostra fede e fa sì
che da un granello di senapa spunti un albero capace di offrire rifugio
agli uccelli del cielo (cf Mt 13,31-32)...
... Tu, o Maria, hai imparato ad attendere e a sperare. Hai atteso con
fiducia la nascita del tuo Figlio proclamata dall'angelo, hai
perseverato nel credere alla parola di Gabriele anche nei tempi lunghi
in cui non capitava niente, hai sperato contro
ogni speranza sotto alla croce e fino al sepolcro, hai vissuto il Sabato
santo infondendo speranza ai discepoli smarriti e delusi. Tu ottieni per
loro e per noi la consolazione della speranza, quella che si potrebbe
chiamare "consolazione del cuore"...
... Tu, o Madre della speranza, hai pazientato con pace nel Sabato santo
e ci insegni a guardare con pazienza e perseveranza a ciò che viviamo in
questo sabato della storia, quando molti, anche cristiani, sono tentati
di non sperare più nella vita eterna e neppure nel ritorno del Signore.
L'impazienza e la fretta caratteristiche della nostra cultura
tecnologica ci fanno sentire pesante ogni ritardo nella manifestazione
svelata del disegno divino e della vittoria del Risorto. La nostra poca
fede nel leggere i segni della presenza di Dio nella storia si traduce
in impazienza e fuga, proprio come accadde ai due di Emmaus che, pur
messi di fronte ad alcuni segnali dei Risorto, non ebbero la forza di
aspettare lo sviluppo degli eventi e se ne andarono da Gerusalemme (cf
Lc 24,13ss.). Noi ti preghiamo, o Madre della speranza e della
pazienza: chiedi al tuo Figlio che abbia misericordia di noi e ci venga
a cercare sulla strada delle nostre fughe e impazienze, come ha fatto
con i discepoli di Emmaus.
Chiedi che ancora una volta la sua parola riscaldi il nostro cuore (cf
Le 24, 32).
Intercedi per noi affinché viviamo nel tempo con la speranza
dell'eternità, con la certezza che il disegno di Dio sul mondo si
compirà a suo tempo e noi potremo contemplare con gioia la gloria dei
Risorto, gloria che già è presente, pur se in maniera velata, nel
mistero della storia...
... Tu conosci, o Maria, probabilmente per esperienza personale, come il
buio del Sabato santo possa talora penetrare fino in fondo all'anima pur
nella completa dedizione della volontà al disegno di Dio. Tu ci ottieni
sempre, o Maria, questa consolazione che sostiene lo spirito senza che
ne abbiamo coscienza, e ci darai, a suo tempo, di vedere i frutti del
nostro "tener duro", intercedendo per la nostra fecondità spirituale.
Non ci si pente mai di aver continuato a voler bene! Ci accorgeremo
allora di aver vissuto un'esperienza simile a quella di Paolo che
scriveva ai Corinti: "In noi opera la morte, ma in voi la vita" (2 Cor
4,12). Tu, o Maria, sei Madre dei dolore, tu sei colei che non cessa di
amare Dio nonostante la sua apparente assenza, e in Lui non si stanca di
amare i suoi figli, custodendoli nel silenzio dell'attesa. Nel tuo
Sabato santo, o Maria, sei l'icona della Chiesa dell'amore, sostenuta
dalla fede più forte della morte e viva nella carità che supera ogni
abbandono. O Maria, ottienici quella consolazione profonda che ci
permette di amare anche nella notte della fede e della speranza e quando
ci sembra di non vedere neppure più il volto del fratello! Tu, o Maria,
ci insegni che l'apostolato, la proclamazione del Vangelo, il servizio
pastorale, l'impegno di educare alla fede, di generare un popolo di
credenti, ha un prezzo, si paga "a caro prezzo". È così che Gesù ci ha
acquistati: "Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come
l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata
dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo" (1Pt 1,18-19).
Donaci quell'intima consolazione della vita, che accetta di pagare
volentieri, in unione col cuore di Cristo, questo prezzo della salvezza.
Fa' che il nostro piccolo seme accetti di morire per portare molto
frutto!
Card. Carlo Maria Martini, da: "La Madonna del Sabato santo”
(Lettera pastorale 2000-2001)