Pregare con l'Icona
Homepage


 















 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Il Nymphios o Cristo Sposo

 

 

 

 

 

Icona realizzata da un'allieva de "La Glikophilousa"

 

Il fuoco nascosto è come spento
sotto la cenere di questo mondo…
scoppierà e incendierà divinamente
la corteccia della morte.
San Gregorio di Nissa
 
    
 
    
     La tipologia iconografica del “Cristo Sposo” sembra aver fatto la sua comparsa nel sec. XI e dal XIII la si trova frequentemente non solo riprodotta su tavola ma anche sulle pareti delle chiese e sulle miniature dei codici. In particolare questa su cui ci soffermiamo a pregare oggi è di origine greca  e risale al sec. XVI.
     Alcune considerazioni: in riferimento a Gesù, cosa accomuna Cana con Gerusalemme? L’uno è il luogo dell’inizio dell’attività apostolica del Cristo, l’altro è il luogo del compimento della sua missione.  Entrambe rimandano al mistero della sponsalità tra Cristo e la Chiesa.
L’oro che circonda  questa icona coniuga le nozze di Cana con il mistero nuziale di Cristo sulla croce. La sua luminosità e compattezza distolgono dalla possibilità d’immaginare o raffigurare altro, Cana o Gerusalemme che sia. Per cui tutta la nostra attenzione è diretta al centro dell’icona: il Cristo, che c’invita a focalizzare il cuore del mistero salvifico, senza concederci d’indugiare esageratamente sul nostro “essere sposa”. Qui tutto è invito “alla festa di nozze”, alla “gioia dell’incontro”, “alla liturgia sponsale”, alla tensione del cuore che scaturisce dalla consapevolezza di essere consacrati a Lui. Una gioia sovrabbondante che va oltre il riferimento alle sue piaghe, al sepolcro, al suo Volto segnato dal dolore, al capo reclinato, al corpo totalmente abbandonato alla volontà del Padre, talvolta sorretto dalle braccia di Maria che si sono sostituite alle braccia della croce.
Cana, nella festa di nozze, e Gerusalemme, nella nuzialità della Croce: Maria è lì, come le vergini prudenti della parabola, come chi, compiendo la volontà di Dio, è  sposa, sorella e Madre del Redentore.  E come le vergini prudenti, non cessa mai di vigilare: a Cana è Lei a vegliare sulla festa degli sposi, perché non manchi il vino della gioia; e ci piace immaginarla anche tra le vergini prudenti nel gesto di alimentare la lampada dell’attesa con l’olio della vigilanza; ed infine a Gerusalemme, è lei a vegliare ancora una volta e per sempre sulla Chiesa affidatale dal Figlio nel momento solenne della morte.
     Ora, nel silenzio della fede condivisa con la Madre, contempliamo l’icona dello Sposo: qui si celebra  soprattutto la suprema umiliazione del Salvatore, sottolineata dalla dimessa nudità del suo corpo, e la sponsalità sacrificale di Dio «che consuma le sue nozze sul talamo della croce per generare dal suo sangue l’umanità redenta», come cantano i testi degli antichi Inni liturgici bizantini della Grande Settimana Pasquale. Centro ideale di tutta la composizione è il volto del Salvatore, colmo di profonda pensosità e compassione. Davvero stupisce la nobile quiete del Cristo ed induce, al contempo, ad intravvedere nei tratti del dolore consegnati alla morte i segni sfolgoranti della sua gloria radiosa, paradosso di un mistero di sovrumana bellezza che ci attrae e ci trascende, come canta l’inno cristologico di S. Paolo ai Filippesi: (Fil. 2,6-11).
 
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre.
                             Fil 2,6-11


     Ogni icona è Parola di Dio a colori che rivela, annuncia e spiega.
     “Lo Sposo” fa da sfondo alla meditazione liturgica dei primi tre giorni  della Settimana Santa che in Oriente è dominata dal tema delle nozze di Dio con l’umanità. Nel mattutino di questi giorni, detto “Ufficio dello Sposo”, l’icona viene solennemente portata in processione ed esposta alla venerazione dei fedeli che accorrono a baciarla, mentre cantano:
 
“ Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà vigilante, indegno invece quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori dal Regno! Invece vegliando grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio! Per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi!”
 
 
 
 
LETTURA DELL’ICONA
 
Su sfondo oro, l’icona raffigura il busto del Cristo morto posto dentro il sepolcro. E’ una Imago Pietatis cioè la deposizione deI corpo nudo del Cristo nel sepolcro. Egli ha le mani incrociate davanti al petto e mostra ben visibili i segni delle ferite nelle mani e nel costato.
L’oro è il segno della trasfigurazione. Esso toglie la prospettiva, lo sfondo, l’ambientazione. E’ luce increata che emerge a fiotti verso di noi. Il kronos, il tempo malefico della vecchiaia e del male, del peccato e della morte, non esiste più come proclama l’Angelo di Dio, figura del Cristo Risorto: “ Allora l’Angelo che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli che ha creato cielo, terra, mare e quanto è in essi” (Ap.10,5-6). Il kairos, il tempo divino della salvezza, ormai è qui. E’ per noi che siamo chiamati alla luce increata. La divina trasfigurazione è dunque compiuta. Egli si è fatto come noi perché noi diventiamo come Egli è.
Il Corpo di Gesù è “il segno” divino per noi. Qui si realizza la profezia di Isaia sul Servo sofferente: “Egli è stato trafitto dai nostri crimini, è stato colpito dai nostri peccati, la punizione che è salvezza per noi è caduta su di lui e nelle sue piaghe sta la nostra guarigione” (Is.53,15). Nel Corpo del Signore è rivelata, in tutto il suo dramma, la kenosi, lo svuotarsi di Dio in nostro favore, assumendo “la forma di uomo”. Sembra di riudire le parole “profetiche” del salmista: “mi hai formato un corpo, allora ho detto: ecco io vengo per compiere, o Dio, il tuo volere” (cf. Sl. 40,7-9). Un Corpo che Maria ha generato per opera di Spirito Santo. Corpo che è stato visto dagli uomini mentre cresceva la sua umanità, mentre oramai uomo percorreva la Galilea, la Giudea e la Samaria, frequentava la sinagoga, operava guarigioni, insegnava, chiamava i discepoli, sfamava le folle, resuscitava i morti. Con questo corpo ha sperimentato la fame, il sonno, il dolore. Ha pianto e ha gioito. Infine questo stesso Corpo ha consegnato nella notte di Pasqua: ‘prendete e mangiate… : fate questo in memoria di me’.
 
Ecco l’uomo, ecco il vostro re, esclamerà con ironia Pilato dopo averlo coronato di spine e rivestito di porpora:


“Non ha apparenza né bellezza
da attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini
Uomo dei dolori che ben conosce il patire,
uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui:
per le sue piaghe noi siamo stati guariti”

(Is. 53,2-5)

 
                ECCO L’AGNELLO DI DIO: così l’aveva acclamato Giovanni il Battista indicandolo ai discepoli al Giordano, intendendo così definirlo Agnello, Servo, Pane di Dio.
                Egli E’ LEGATO. Poiché è l’Isacco nuovo, il Figlio Unico, il Diletto portato al sacrificio per amore (Gen. 22,2): per noi il Padre non l’ha risparmiato.
                LE SUE MANI SONO PIAGATE DAL SEGNO DEI CHIODI. Le stesse mani che il Risorto mostra ai dieci apostoli nel Cenacolo la sera di Pasqua per la loro gioia (cf. Gv.20,20). Sono i segni della sua ferita sacrificale con la quale ci ha risanati dall’antica colpa.
               
                IL SUO COSTATO E’ TRAPASSATO. Da esso subito sono usciti “sangue e acqua”, cioè la nuova effusione dello Spirito, realizzazione della promessa di Gv. 7,37-39: “Chi ha sete venga a me e beva chi creda in me. Dal mio intimo usciranno fiumi d’acqua viva”.
Il compiersi di una promessa anticipata nel segno delle nozze di Cana quando, come Sposo, siglando l’alleanza nuova, trasformò l’acqua del non-senso in Vino Eucaristico, buono “all’ultimo«. Segno supremo e finale. E tutto avvenne per la richiesta discreta e insistente di Maria, la Sposa, la Regina, la Madre, la Chiesa. Dirà: “Fate quanto egli vi dirà”, anticipo ed eco del mandato eucaristico: “Fate questo in memoria di me”.
Il Costato di Gesù è come una rupe: “Noi siamo estratti dal Cristo come da una cava” (S. Massimo di Torino). Il costato di Cristo è il divino talamo nuziale nel quale entra la Chiesa Sposa che si unisce al Re nel sonno della sua morte e nella potenza della sua Resurrezione.
                Da tutto il corpo traspare serenità e gloria: la passione e morte non ha alterato nulla, a testimonianza di quanto la tradizione orientale afferma: “La carne di Cristo rimase estranea a ogni genere di decomposizione per l’inabitazione in essa del Logos” (Atanasio il Grande, PG 25,112). Nell’icona non ci sono né contrazioni della bocca né occhi obliterati.  Tutto rivela la regale nobiltà di Gesù che si sacrifica volontariamente. Pur nell’immobilità della morte conferita dagli occhi chiusi, Cristo nel sepolcro ha un’espressione intensa, forte tale da diffondere in chi lo contempla un’impressione di pace e  di vittoria.
               
                IL VOLTO. E’ volto umano di Dio che si fa carità amorosa. Il colore della carnagione è di una tona­lità che si può definire “colore di terra impastata di luce non identificabile con nessuna razza; è il volto del genere uma­no, e tutte le culture e le razze in esso si riconoscono…Il colore di terra dell’icona è come un campo arato e preparato a semina. Un terreno deserto, assetato d’acqua e bramoso di un segno di vita. Terra simile ad un campo in cui qualcuno ha seminato fiducioso il seme e attende, nel dono della pioggia e della luce e del calore del sole, il compimento delle sue speranze. Cristo dorme. Non è il sonno della morte ma quella del nuovo Adamo. Da questo ‘sonno profondo’ scaturirà la Chiesa, la nuova Eva. Il capo è reclinato in segno di accettazione. Gesù ha detto il suo amen : “vengo a fare la tua volontà” ed ora “tutto è compiuto” (Gv.19,30).Le dominanti del volto sono una straordinaria regale maestà,  tranquillità e  serenità
 Dietro s’intravvede LA CROCE con infissi tre chiodi, e, all’estremità superiore, un cartiglio: RE DI GLORIA. Il legno del patibolo è il letto nuziale, è l’altare del sacrificio dove la carne del Signore con il suo sangue sono perennemente pronti, offerti e donati con gioia inesprimibile: venite, prendete e mangiate, venite saziatevi e dissetatevi.
 
                IL SEPOLCRO non riesce a trattenere la Vita ma si fa trono dello Sposo e Re divino, si fa ambone dal quale l’angelo del mattino di Pasqua proclama: “E’ Risorto! Andate ed annunciate!”. “Con la morte, Cristo, ha vinto la morte!” (Tropario pasquale).
                Ai due lati del capo volteggiano due ANGELI ad ali spiegate: quello di destra esprime dolore e spavento, quello di sinistra invece sorpresa per l’enormità del delitto di cui è vittima il Figlio di Dio. Essi hanno visto Dio diventare uomo, vivere e operare tra gli uomini. Hanno visto Dio  morire come un malfattore. Hanno visto Dio risorgere. Lo acclamano per l’eternità: “Santo, santo, santo è il Signore Dio! I cieli e la terra sono pieni della tua Gloria!”.
La Chiesa, noi Chiesa, siamo invitati ad entrare nella stessa lode cosmica, canto di lode e di perenne unione tra cielo e terra.


Il Nymphios è adorabile.
Noi adoriamo la sua Croce perché egli è l’unico buono.
Noi adoriamo la sua Resurrezione.
Noi adoriamo il suo Santo Volto,
che è perennemente rivolto al volto della sua Sposa,
noi Chiesa.
 
 
 
 
PREGARE L’ICONA DELLO SPOSO
 
Canto
 
Parola di Dio:   Gv.19,28-27
Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per a­dempiere la Scrittura: “Ho sete“. Vi era lì un vaso pieno d’aceto; po­sero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!” E, chinato il capo, spirò. Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non ri­manessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.  Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui.  Giunti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzaro­no le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e su­bito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Tutto infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.
 
Preghiamo
O Sposo bellissimo,
che ci hai invitato al convito spirituale del tuo talamo,
spogliami della veste dei peccati con la partecipazione alle tue sofferenze
e, ornandomi con la veste di gloria della tua bellezza,
rendimi splendido commensale del tuo Regno,
Tu, il Misericordioso, che vivi e regni nei secoli dei secoli.
 
Tutti - Amen
  
“Andategli incontro…” . Stringiamoci attorno “al più Bello tra i figli dell’uomo” con i segni della bellezza.

(ognuno accende il lume, riempie col suo grano l’incensiere . L’icona viene incensata mentre si canta)
 
Santo Dio, Santo forte, Santo immortale abbi pietà di noi (tre volte)
 
La Chiesa, tutti noi, vogliamo essere la Sposa che rompe il suo lungo silenzio e grida il suo desiderio di vivere con lo Sposo e di avere lo Sposo in lei. Lasciamoci svegliare dal grido: “Ecco lo Sposo…” e accogliamo Colui che viene nell’Amore.
Guida  - Giovanni Ruusbroec (1293-1381), il più grande tra i mistici del nord, detto anche ‘Angelo della Slesia’, c’invita ad una lettura meditata personale e silenziosa.
 
“Ecco arriva lo Sposo, uscitegli incontro!” Queste parole ce le riporta l’evangelista Matteo e sono esattamente le parole che Signore Gesù disse un giorno ai suoi discepoli, o meglio, a tutti gli uomini in una certa para­bola di vergini. Ma lo sposo è lui stesso, il Signore Gesù; e la sposa è la nostra natura umana, ch’egli costruì a somiglianza sua, e la collocò, fin da principio, in un lembo di terra alto ed elegante, che superava ogni altro sito per fertilità, benes­sere, gioia, delizia; era il paradiso. Le assoggettò anche tutte le creature, l’adornò di grazia e le promise che, se gli fosse stata fedele, l’avrebbe fatta sua sposa con un patto eterno. Invece comparve dal tartaro quello scaltro nemico malvagio, che, invidioso di così tanta felicità riservata all’uomo, prese la subdola forma di un astuto serpente e ingannò la donna, e subito dopo, tutti e due portarono alla rovina l’uomo, nel quale risiedeva principalmente la natura umana.
Così, con inganno, il serpente rovinò la natura umana sposa di Dio; che quindi fu relegata nuda, impotente, schiava, strapazzata in terra d’esilio e senza possibilità di riconci­liazione.
Eppure, quando giunse l’ora di Dio, Dio stesso, mosso a compassione della sua diletta, mandò in terra suo Figlio, l’Unigenito. Lo mandò in una dimora stupenda, in un tempio glorioso, nell’utero santissimo d’una Vergine illibata; ed ivi l’Unigenito sposò questa nostra natura, assorbendola nella sua persona, grazie al sangue purissimo di quella Vergine eccelsa. L’Angelo Gabriele portò alla Vergine e al mondo il messaggio delle nozze, la Vergine Gloriosa concesse la sua ospitalità, lo Spirito Santo fu il sacerdote che consacrò le nozze. Così Cri­sto, lo Sposo amabilissimo, fece sua la nostra natura, venne a stare con noi, nel nostro esilio, c’insegnò la dottrina e i costu­mi del cielo con una dedizione instancabile. Lottò contro i no­stri nemici, infranse le sbarre del nostro carcere e con la sua morte annientò la nostra morte; ci riscattò col suo Sangue pre­zioso, nelle acque vitali del battesimo restaurò la nostra libertà e ci ricolmò di doni con i suoi sacramenti; così, adorni di tutte le virtù da lui insegnate, potremo incontrarlo nella dimora della gloria, per godere con lui della sua felicità, senza fine.
Ecco, sta arrivando lo sposo; uscitegli incontro! dice il Maestro di Verità, Gesù Cristo; e con queste parole l’in­comparabile amico nostro ci vuole insegnare quattro cose.
Con quell’Ecco vuoi metterci all’erta. Ci dice: Attenti, guardate. Perciò quelli che non fanno attenzione a questo comando, vengono condannati.
Con le parole: Sta arrivando lo Sposo, il Maestro richia­ma la nostra attenzione su quello che dev’essere l’oggetto della nostra continua riflessione: l’arrivo dello sposo.
Con le parole: Muovetevi, o andate, ci dice che cosa dobbiamo fare.
Con le ultime: Incontro a lui, ci precisa dove debbono essere dirette le nostre azioni e la nostra vita, poiché questa non dev’essere altro che una corsa affettuosa verso lo Sposo Gesù Cristo” (Lo splendore delle nozze spirituali)
 
 
Preghiamo
Contemplo Te, Gesù: Tu sei lo Sposo.  

Perciò:
               
TUTTI    -      “Io gioisco pienamente nel Signore,
                                la mia anima esulta nel mio Dio,
                                perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza,
                                mi ha avvolto con il manto della giustizia,
                                come uno sposo che si cinge il diadema
                                e come una sposa che di adorna di gioielli”  (Is. 61,10)
 
 
Concludiamo la nostra preghiera con il bacio dell’icona accompagnato dall’antica preghiera di un Autore del secolo XI:
 
“Bacio la tua passione, con cui io sono stato liberato dalle mie brutte passioni.
Bacio la tua croce, con cui hai condannato il mio peccato e mi hai liberato dalla condanna a morte.
Bacio quei chiodi con cui hai rimos­so il castigo della maledizione.
Bacio le ferite delle tue membra, con cui sono state fatte guarire le ferite della mia ribellione.
Bacio la canna con cui hai firmato l’attestato della mia liberazione e con cui hai colpito la testa arrogante del drago.
Bacio la spugna accostata alle tue labbra incontaminate, con cui l’amarezza della trasgressione mi fu trasformata in dolcezza. Avessi potuto gustare io quel fiele, quale dol­cissimo cibo non sarebbe stato! Avessi potuto io prendere l’aceto, che pia­cevole bevanda! Quella corona di spine sarebbe stata per me un diadema regale. Quegli sputi mi avrebbero ornato come splendide perle. Quegli schemi mi avrebbero ornato come segni di profondo ossequio. Quegli schiaffi mi avrebbero glorificato come il prestigio più alto.
Ti bacio, Signore, e la tua passione è il mio vanto.
Bacio la lancia che ha squarciato la cambiale contro di me e ha aperto la fonte dell’im­mortalità.
Bacio il tuo franco dal quale sgorgarono i fiumi della vita e zampillò per me il ruscello perenne dell’immortalità.
Bacio i tuoi panni funebri con cui mi hai adornato togliendomi i miei abiti vergognosi.
Bacio la preziosissima sindone di cui ti sei rivestito per avvolgere me nella veste dei tuoi figli adottivi.
Bacio la tomba nella quale hai inau­gurato il mistero della mia risurrezione e mi hai preceduto per la strada che esce dalla morte.
Bacio quella pietra con cui mi hai tolto il peso della paura della morte.
 
GIORGIO di NICOMEDIA (sec. IX), Maria ai piedi della croce
 
 
 
 
 
 
 
APPROFONDIMENTI
 
 
LA MADONNA DEL SABATO SANTO
Noi non sappiamo, o Maria, da quale tipo di consolazio­ne profonda sei stata sostenuta nel tuo Sabato santo. Siamo certi però che Colui che ti ha gratificata di tali doni in momenti decisivi della tua esistenza ti ha sostenuto anche in quel giorno, in continuità con tutte le grazie precedenti. La forza dello Spirito, presente in te fin dall'inizio, ti ha sorretto nel momento del buio e dell'apparente sconfitta del tuo Gesù. Tu hai ricevuto il dono di poterti fidare fino in fondo del disegno di Dio e ne hai riconosciuto nel tuo intimo la potenza e la gloria. Tu ci insegni così a credere anche nelle notti della fede, a celebrare la gloria dell'Altissimo nell'esperienza dell'abbandono, a proclamare il primato di Dio e ad amarlo nei suoi silenzi e nelle apparenti sconfitte. Intercedi per noi, o Madre, perché non ci manchi mai quella consolazione della mente che sostiene la nostra fede e fa sì che da un granello di se­napa spunti un albero capace di offrire rifugio agli uccelli del cielo (cf Mt 13,31-32)...
 
... Tu, o Maria, hai imparato ad attendere e a sperare. Hai atteso con fiducia la nascita del tuo Figlio proclamata dall'angelo, hai perseverato nel credere alla parola di Gabriele anche nei tempi lunghi in cui non capitava niente, hai sperato contro
ogni speranza sotto alla croce e fino al sepolcro, hai vissuto il Sabato santo infondendo speranza ai discepoli smarriti e delusi. Tu ottieni per loro e per noi la consolazione della speranza, quella che si potrebbe chiamare "consolazione del cuore"...
 
... Tu, o Madre della speranza, hai pazientato con pace nel Sabato santo e ci insegni a guardare con pazienza e perseveranza a ciò che viviamo in questo sabato della storia, quando molti, anche cristiani, sono tentati di non sperare più nella vita eterna e neppure nel ritorno del Signore. L'impazienza e la fretta caratteristiche della nostra cultura tecnologica ci fanno sentire pesante ogni ritardo nella manifestazione svelata del disegno divino e della vittoria del Risorto. La nostra poca fede nel leggere i segni della presenza di Dio nella storia si traduce in impazienza e fu­ga, proprio come accadde ai due di Emmaus che, pur messi di fronte ad alcuni segnali dei Risorto, non ebbero la forza di aspettare lo sviluppo degli eventi e se ne andarono da Gerusalemme (cf Lc 24,13ss.). Noi ti preghiamo, o Madre della spe­ranza e della pazienza: chiedi al tuo Figlio che abbia misericordia di noi e ci venga a cercare sulla strada delle nostre fughe e impazienze, come ha fatto con i discepoli di Emmaus.
Chiedi che ancora una volta la sua parola riscaldi il nostro cuore (cf Le 24, 32).
Intercedi per noi affinché viviamo nel tempo con la speranza dell'eternità, con la certezza che il disegno di Dio sul mondo si compirà a suo tempo e noi potremo contemplare con gioia la gloria dei Risorto, gloria che già è presente, pur se in maniera velata, nel mistero della storia...
 
... Tu conosci, o Maria, probabilmente per esperienza personale, come il buio del Sabato santo possa talora penetrare fino in fondo all'anima pur nella completa dedizione della volontà al disegno di Dio. Tu ci ottieni sempre, o Maria, questa consolazione che sostiene lo spirito senza che ne abbiamo coscienza, e ci darai, a suo tempo, di vedere i frutti del nostro "tener duro", intercedendo per la nostra fecondità spirituale. Non ci si pente mai di aver continuato a voler bene! Ci accorgeremo allora di aver vissuto un'esperienza simile a quella di Paolo che scriveva ai Corinti: "In noi opera la morte, ma in voi la vita" (2 Cor 4,12). Tu, o Maria, sei Madre dei dolore, tu sei colei che non cessa di amare Dio nonostante la sua apparente assenza, e in Lui non si stanca di amare i suoi figli, custodendoli nel silenzio dell'attesa. Nel tuo Sabato santo, o Maria, sei l'icona della Chiesa dell'amore, sostenuta dalla fede più forte della morte e viva nella carità che supera ogni abbandono. O Maria, ottienici quella consolazione profonda che ci permette di amare anche nella notte della fede e della speranza e quando ci sembra di non vedere neppure più il volto del fratello! Tu, o Maria, ci insegni che l'apostolato, la proclamazione del Vangelo, il servizio pastorale, l'impegno di educare alla fede, di generare un po­polo di credenti, ha un prezzo, si paga "a caro prezzo". È così che Gesù ci ha acquistati: "Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue pre­zioso di Cristo" (1Pt 1,18-19). Donaci quell'intima consolazione della vita, che accetta di pagare volentieri, in unione col cuore di Cristo, questo prezzo della salvezza. Fa' che il nostro piccolo seme accetti di morire per portare molto frutto!
 
                               Card. Carlo Maria Martini, da: "La Madonna del Sabato santo”
                               (Lettera pastorale 2000-2001)
 
 
 
 

   SU     Torna a PREGARE CON L'ICONA