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"La Glikophilousa"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Le Nozze di Cana

 

“Lo Sposo è il Verbo, la Sposa è la nostra umanità

sant'Agostino

 

 

INTRODUZIONE

 

Questa icona, tra le prime ad essere presentata alla devozione della Chiesa cristiana primitiva, raffigura l’episodio evangelico delle nozze di Cana e proviene dalla tradizione iconografica della Chiesa copta, in cui la venerazione a Maria Madre di Dio risale ai tempi più antichi. Infatti è in Egitto che rintracciamo per la prima volta il termine “Theotokos”, difeso da Cirillo, vescovo di Alessandria, al Concilio di Efeso  (431).

 

Il tema della nuzialità qui evocato percorre come un filo rosso l’Antico e il Nuovo Testamento, e raccoglie ed interpreta il legame tra Dio e Israele, tra Cristo e la Chiesa, in un rapporto d’alleanza perenne, paragonabile al rincorrersi e al ricercarsi, spesso movimentato e drammatico, dei due innamorati del Cantico dei Cantici: «LEI: Sul mio giaciglio, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato ma non l’ho trovato. LUI: Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore».

Sempre, nella Bibbia, l’unione di Dio con gli uomini avrà le caratteristiche di una festa di nozze, come leggiamo in Isaia 62, 3-5:

 

Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma tu sarai chiamata Mio compiacimento

e la tua terra, Sposata,

perché il Signore si compiacerà di te

e la tua terra avrà uno sposo.

Sì, come un giovane sposa una vergine,

così ti sposerà il tuo architetto;

come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

 

 

In questa chiave leggiamo, dunque, il testo dell’evangelista Giovanni:

 

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».

Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2,1-11)

 

Vediamo innanzi tutto di cogliere l’icona nel suo fondale biblico.

L’evangelista Giovanni annota: “Tre giorni dopo…”.  Da noi per sposarsi si sceglie la domenica o il sabato. Per gli ebrei il giorno dei matrimoni è il martedì. Secondo i rabbini quello è il giorno carico di benedizioni: è l’unico dei sei giorni del quale la Genesi afferma per due volte: il creatore vide che ciò che aveva fatto era buono!

Tre giorni dopo, se consideriamo il contesto, è anche la fine della settimana. La prima settimana del mondo era finita con l’opera più bella, quel­la più buona di tutte, la creazione della prima coppia umana, stret­tamente unita in unione sponsale. A Cana è ancora una settimana che si conclude e anche qui c’è una unione sponsale che si celebra: questo ci permette di intuire che con l’inizio del ministero di Gesù è in atto una nuova creazione, il cui culmine è un’unione sponsale.

Le nozze: coinvolgevano tutto il villaggio e perfino i passanti. Banchetto, canti e danze si susseguivano per una settimana e si svolgevano nella casa del padre dello sposo. L’organizzazione era affidata al maestro di tavola, il quale doveva provvedere al buon funzionamento della festa e in particolare del banchetto. Questo d’altra parte interessava gli uomini soltanto; le donne se ne stavano appartate, oppure in cucina.

            Probabilmente è dalla cucina che Maria si accorge che le riserve di vino stanno finendo. Non hanno più vino: loro, le persone. E’ come se le risorse d’amore e di gioia dei due sposi si stessero esaurendo e il rapporto allentando sino a diventare inconsistente. Che contraddizione, per due sposi nel giorno del loro matrimonio! Ma Giovanni ci invita ad andare oltre: questa è infatti l’immagine di un’alleanza in via d’esaurimento tra Dio e quel mondo religioso giudaico che si è svuotato di vitalità.

E la madre di Gesù se ne avvede.

La madre di Gesù’, così la chiama Giovanni, a voler evidenziare come Dio abbia voluto che nella storia della salvezza entrasse anche una componente femminile e materna.

E’ lei la “Figlia di Sion”, immagine di un popolo fedele all’alleanza. Ed ora che le istituzioni precedenti si sono svuotate di senso, e l’allean­za antica viene sostituita dalla nuova, Maria, sposa e madre, diventa figura della Chiesa. Quel suo essere lì, l’Invitata, è il segno della nuova ed eterna alleanza che sta per compiersi in quelle sei idrie di pietra per la purificazione dei giudei. Idrie vuote, che per ordine di Gesù, vengono riempite d’acqua, e quest’acqua, attinta e portata in tavola, all’assaggio, risulta essere vino buono.

L’acqua della fiacca fragilità diventa, in Lui, sovrabbondanza di grazia!

Sei, infatti, - ed è il numero dell’imperfezione e dell’insufficienza - , sono le idrie, non sette, per alludere all’incapacità e all’impotenza di quel sistema religioso tradizionale, fatto di purifi­cazioni e di abluzioni, ridotto a tentativo inutile ed esasperato di afferrare la salvezza.

E tutto ciò avviene nonostante che all’appello di Maria, Gesù dia una risposta enigmatica, scontrosa quasi: che ho da fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta.

Non è venuta, è vero, perché si rivelerà soprattutto nella sua Pasqua di morte e risurrezione, ma è gia in atto! Quello di Gesù, infatti, non è un rifiuto ad intervenire ma, nel linguaggio giovanneo, vuole esprimere anzi il legame tra la pasqua e questo banchetto di nozze.

In definitiva, a Cana il legame sponsale tra Dio e il suo popolo è già garanti­to, già in atto. Così come è già evidente in cosa consiste la gloria di Dio: scendere tra gli uomini, legarsi a loro, dare loro la vita, in riserve d’amore abbondanti ed inesauribili, custodite nel sigillo nuziale.

 

LETTURA DELL'ICONA

 

Il mistero che i nostri occhi contemplano si svolge dentro un grande cerchio che abbraccia tutta la scena. I grappoli ubertosi della vite evidenziano questa circolarità, come grembo fecondo che custodisce e genera la vita, a ricordo che, come vite feconda nell’intimità della sua casa, è la sposa (Sal 128,3). Ma chi è la Sposa? Io, tu, la Chiesa, se, come tralci, rimaniamo uniti a Cristo-Sposo e Vite: “Io sono la vite,  - dice Gesù - voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

Dalla fecondità della vite al vino, che in una festa di nozze – è ovvio – non può mancare. Il vino infatti allieta il cuore dell’uomo ed è segno di festa. Di più: per la mentalità biblica è anche simbolo dell’amore, l’amore umano, l’amore dello sposo e della sposa, ma è anche un’immagine dell’intesa perfetta che ci sarà tra il popolo e il suo Signore, un giorno, nel tempo messianico delle promesse. Di questo vino nuovo, l’icona si fa annuncio!

Al centro di tutta la scena, Maria. E’ lei l’Invitata, ritta davanti alla colonna, come sarà in piedi sotto la croce, nella dignità regale della madre trafitta e della sposa feconda. Accanto a lei il Figlio, crocifisso e glorioso, il Vincitore, posto “come colonna nel tempio di Dio per non uscirvi mai più” (cfr. Ap 3,12 ).

Maria è vestita di blu, il colore della trascendenza accolta nel suo grembo verginale, e porta sulle vesti il maphorion riccamente bordato in oro e ornato da tre stelle, una sul capo e due alle spalle, come segno della sua regale e perpetua verginità.

Le sue mani incrociate annunciano il mistero della croce, e la palma aperta, rivolta verso di noi, esprime il suo “fiat” al disegno divino. Dice sì, e ci contagia  nel desiderio di compiere la volontà di Dio. Seguendola con lo sguardo, la Madre, la Sposa, ci dirige verso il Figlio, che con il suo braccio teso, taglia perpendicolarmente la colonna, il palo della croce - perché braccio teso è quello del Signore che libera dalla schiavitù (cfr. es. 6,6).

L’elevatezza della sua statura rispetto a quella degli altri è un canone iconografico per mettere in evidenza l’importanza e l’autorevolezza di Gesù rispetto alle altre persone raffigurate.

La carnagione del suo volto è di colore terraceo, ma pregno di luce, scuro e chiaro a un tempo. Ogni uomo vi si può riconoscere, segno inequivocabile che Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tim 2,4).  Salvati e sposati in mistiche nozze con Lui!

Il suo capo è circonfuso da un nimbo dorato, nel quale è inscritta una croce; in esso troviamo le parole "Colui che è", espresse con le tre lettere greche. Il nimbo è contornato di rosso, così come di rosso è circondata tutta l’icona, e rossa è infine l’iscrizione. E’ il segno dell’alleanza nel sangue di Cristo versato per amore dell'uomo.

Proprio a significare questa alleanza, Egli veste una tunica rossa che racconta la sua umanità e il suo sacrificio, ed è avvolto da un manto blu che richiama il cielo, la trascendenza, la quiete e quindi il mistero della sua divinità.

Anche Gesù ha la palma aperta, perché suo cibo è fare la volontà del Padre che lo ha mandato (cfr. Gv 4,34).

Intimo è il dialogo e profonda la comunione tra i due, evidenziata da quest’unico gesto della palma aperta, in totale disponibilità e consegna. Entrambe aperte e l’uno all’altra parallele, tese verso l’alto compimento del progetto di Dio.

Dietro di loro, una tenda di colore rosso, il colore della fecondità, della pulsione, dell’eros; è aperta alla vita e dice che siamo dentro una scena di grande intimità e fecondità.

La comunione tra la Madre e il Figlio, è partecipata e, al contempo, assunta dai due sposi che celebrano l’amore coniugale come manifestazione della nuova alleanza tra Cristo e la Chiesa. Entrambi hanno le braccia incrociate, nell’atto di custodire il dono ricevuto, e con i loro due corpi formano una mandorla, simbolo di fecondità.

I due sposi sono vestiti di delicata lievità. La sposa indossa una veste celeste, il colore del cielo, della trascendenza, e bianco, il colore della purezza, della contemplazione, della quiete e della pace. Lo sposo invece è vestito di rosso, il colore della fecondità e dell’eros, ed indossa un manto verde, colore di speranza e di vita.

Tuta la scena poggia su un grande tappeto steso su di un pavimento, perché essi sono come al centro di una scena universale in cui si celebra la nuzialità perenne e sempre nuova tra la Divinità e l’umanità.

Sei sono le idrie e sono riempite d’acqua, come annuncia il testo biblico, ma qui già si evidenziano mutate in vino e nell’atto di esser portate in tavola dai servi. Sono sei, abbiamo detto, ed esprimono inadeguatezza, ma anche tutto l’impegno e lo sforzo che la persona umana può fare  con la sua volontà decisa di essere, come la Madre e come il Figlio, come la sposa e come lo sposo, a disposizione del regno, in obbedienza perfetta al Padre. Ecco perché le sei idrie dell’insufficienza vengono trasformate comunque in vino. Trasformate perché premiate del nostro impegno del nostro sforzo, nella volontà decisa ad essere una cosa sola con Cristo e in Cristo.

Fissiamo i volti: la sposa e Maria hanno lo stesso volto, così come Gesù e lo sposo. Perché il loro segno è grande: veramente l’amore umano, premuroso e fedele degli sposi imita e manifesta l’amore stesso di Dio ed immagine dell’alleanza nuziale tra Dio e la sua Sposa, la Chiesa!

 

 

Per la meditazione e la preghiera

 

Quando i giorni ci passano accanto e noi vivacchiamo stancamente, da estranei alla all’alleanza che sempre si rinnova nel tempo,

Tu, Dio fedele, dacci  ancora il vino nuziale!

 

Quando rifiutiamo l’invito alle nozze con Te, presi da falsi ed effimeri amori,

Tu, Dio fedele, dacci  ancora il vino nuziale!

 

Quando ci troviamo a secco di risorse, di gioia, di entusiasmo

Tu, Dio fedele, dacci  ancora il vino nuziale!

 

Quando si incrinano le nostre relazioni d’amore coniugale e il giogo soave della tua volontà diventa peso opprimente,

Tu, Dio fedele, dacci  ancora il vino nuziale!

 

Quando l’amore si lascia andare al tradimento e fugge la bellezza orginaria del puro donarsi in fedeltà,

Tu, Dio fedele, dacci  ancora il vino nuziale!

 

Quando il dono della sponsalità consacrata nella professione dei voti evangelici, scade nel culto della forma, impeccabile, e dell’apparenza, glaciale,

Tu, Dio fedele, dacci  ancora il vino nuziale!

 

Quando facciamo troppo affidamento su noi stessi, su iniziative e programmi, e colmiamo di vuoto le giare della testimonianza, traboccanti d’inefficacia e di non-senso

Tu, Dio fedele, dacci  ancora il vino nuziale!

               

 

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