VIANDANTI DELUSI
UOMINI ARDENTI
sulla strada verso Emmaus
“Erano morti, ma camminavano con il Vivente.
Erano morti che camminavano con la stessa Vita”
S.
Agostino
Quando delusione e sconforto bussano alla porta della vita qual è la
nostra reazione? Quando da un recente passato di relazione e redenzione
con Gesù siamo in cammino
verso uno scopo promesso, ma la promessa è considerata ancora solo una
promessa e non compimento, è molto facile perdere gli ormeggi
e trovarsi alla deriva. Urge rimettersi in cammino per poter
ancora incontrare quel Gesù che si era manifestato come apertura,
accoglienza, compassione e forza, identificandosi con un’etica di
abnegazione e di oblazione fino a sconfinare oltre ogni misura nel dono
totale della sua stessa Vita.
Il racconto dell’apostolo Luca, di chi stanco, oppresso e sfiduciato
s’incammina verso Emmaus, è ricco di molte sfumature e tocca il cuore.
Gesù, il Risorto, appare ancora e si fa compagno di viaggio camminando
verso Emmaus con due suoi discepoli: uno è Cleopa, forse - secondo una
suggestiva interpretazione - zio di Gesù (cf. Gv. 19,25) e l’altro,
anonimo, potrebbe portare il nome di ognuno di noi, chiamati a fare la
stessa esperienza, cioè conoscere il Signore non secondo la carne, ma
nello Spirito (cf. 2Cor. 5,16). Infatti i due discepoli lo riconoscono
solo alla fine del loro andare e lo riconoscono nell’ascolto della
Parola e allo spezzare il Pane. Solo allora Cleopa e l’altro discepolo
si accomunano all’esperienza di coloro
dai quali
“fu visto”:
giardiniere
per Maria Maddalena,
pescatore
per Pietro e gli altri sul lago di Tiberiade, ed ora
viandante
per quanti si trovano per via a dare senso al loro camminare senza
speranza e farli tuttavia correre e annunciare e proclamare che Lui è il
Dio con noi per sempre.
Dubbio ed incredulità, sfiducia e scoraggiamento sono il luogo dove le
nostre attese di morte si scontrano con l’annuncio della vita nuova:
“Perché cercate Colui che è vivo con i morti? Non è qui. E’ risuscitato”
( Lc. 24,5-6).
Quando la consapevolezza di morte giunge a confrontarsi con il sepolcro
vuoto, l’uomo perde l’unica certezza inconfutabile e si trova davanti ad
uno ostacolo che può superare solo attraverso il ricordo e l’annuncio
delle parole del Signore Gesù che culminano nell’invito al banchetto:
prendete e mangiate, prendete e bevete, fate questo in memoria di me. E’
in questo far memoria di Lui che incontriamo il Vivente. La comunione
con Lui ci trasforma perché viviamo del suo stesso Spirito con
abbondante frutto di “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal. 5,22), e così, già simili a Lui,
attendiamo la piena manifestazione del dono ricevuto quando infine “lo
vedremo così Egli è” (1Gv. 3,2).
Invocazione allo Spirito
Due
sono le icone che raccontano dei due discepoli che la sera di Pasqua
riconoscono
il
Signore al termine di
un
cammino fatto insieme (Luca 24, 13-29) e nel
gesto familiare dello spezzare del pane (Luca 24,30-35).
Dal
Vangelo secondo Luca (24,13-35)
Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
La parola di Dio ascoltata e l'icona contemplata c’invitano a riconoscere il Signore
Una strada, tre persone. Il dialogo tra loro è molto animato. Gesù
cammina in mezzo ai due discepoli, li guarda in profondità, li ascolta e
li ama teneramente accogliendo il carico pesante della loro delusione ed
incapacità di leggere nella fede gli ultimi eventi di una storia che ha
sconvolto la loro vita. Ma essi non lo riconoscono.
Il Signore li
benedice
con
un gesto dolcissimo, come usano fare i sacerdoti nel rito bizantino,
mentre spiega loro
il
senso profondo delle scritture, rappresentate dal rotolo che tiene nella
mano
sinistra: "E, cominciando da Mosè e attraverso tutti
i
profeti,
spiegò loro quello che in tutte le scritture
lo
riguardava".
Si tratta, ora, d’imparare a discernere la
‘visita’ del Signore Risorto perché Egli è ormai presente per farci
perennemente passare dalla desolazione alla consolazione. Se prima i due
discepoli si sentivano soli e abbandonati, sconfitti nelle loro
aspettative, ora
Gesù è con loro,
pronto a riempire ogni solitudine.
“Erano in cammino”.
La difficoltà che qui emerge e blocca la fede impacciata dei due
discepoli è la fatica ad accettare la Pasqua, ‘quella Pasqua’ ultima
vissuta, l’incapacità di combinare insieme gli eventi fallimentari del
venerdì di Parasceve con quelli registrati all’alba del primo giorno
della settimana. Un’inadeguatezza di fondo: far quadrare le proprie
attese con tutto ciò che era accaduto, soprattutto lo scandalo della
croce. “Speravamo fosse Lui a liberare Israele”: espressione, questa,
che ci lascia intendere il tenore preciso delle loro speranze frustrate
e ci dà l’esatta misura della loro delusione. Eppure l’icona e la Parola
raccontano che, se quella strada prima era simbolo di un cammino in fuga
vergato da tristezza, oscurità, scoramento e sfiducia, ora, con la
presenza del divino Viandante - lo sconosciuto Gesù - si trasforma in un
cammino di fede: bisognava, era necessario che il Cristo sopportasse
queste sofferenze per entrare nella sua gloria.
S’impara così, pian piano, a tenere il passo con Dio;
con Lui tutto cambia aspetto e quel sentiero ciottoloso ora si fa terra
densa di promessa, terra rifiorita, perché narra già della prossima
corsa di Cleopa e l’altro discepolo verso Gerusalemme, ad incontrare i
fratelli, con la mente piena di luce e il cuore traboccante di gioia, di
fiducia e di coraggio.
Alla partenza i due discepoli si erano muniti di bastoni da viaggio a
cui appoggiarsi e forse difendersi: legno duro, arido, secco. Sono
simbolo dei loro cuori. Gesù li interroga circa tutto il loro sconforto.
“Solo tu non sai…?”.
Li interroga perché esca interamente la loro amarezza…essa
non va mai repressa né rimossa, ma consegnata a Colui che è tra noi non
tanto per i giusti e i sani, ma per i peccatori, per i malati nella
fede: “sciocchi e tardi di cuore nel credere…” . E’ molto importante
nella vita spirituale il saper
unire l’ascolto della Parola con l’esperienza di vita:
l’uno senza l’altra non porta all’incontro profondo, vero, essenziale
col Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio.
Gli scribi e i farisei, esperti nelle Sacre Scritture, non comprendono
Gesù, ma neppure i discepoli, pur standogli
accanto e
condividendone la vita quotidiana, finché una luce interiore, un
calore
che tocca il cuore, non dischiude loro la Verità. A volte è
solo un lampo, poi
torna
l'opacità. Essi
"non
compresero
nulla
di tutto
questo;
quel parlare restava oscuro per loro e
non
capivano ciò che egli aveva
detto" (Lc.18,33). Era solo Parola,
ancora
mancava l'esperienza.
I discepoli avevano vissuto
alcuni
eventi,
anche
forti come
la
Trasfigurazione,
ma
ancora non si erano lasciati scavare dalla Parola. In questo sta
l’origine della loro tristezza. Gesù è risorto,
ma
per
loro
tutto è finito, infatti anche se Gesù
cammina
con loro, sono incapaci di riconoscerlo. Non serve
loro
sentir dire che Gesù era un profeta potente in opere e parole, che
davvero aveva suscitato
la
speranza della liberazione
di
Israele, non serve la testimonianza di alcune donne; per loro Gesù è
morto, non è più vedibile, e tanto meno incontrabile; per
loro è
solo un forestiero. Eppure proprio questo forestiero li
aiuta
a collegare la loro esperienza con le Scritture e qualcosa cambia la
loro vita.
Qui finisce la loro fuga: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera” (Lc.
24,29). E l’incontro si trasforma immediatamente in esperienza di
comunione.
Preghiamo insieme
Sei tu, Signore, la via:
aiutaci a tenere il tuo passo,
rendici capaci di accordare le note
della nostra vita con la tua Parola.
Scaldaci il cuore
e insegnaci ad affiancarci ai nostri fratelli
con la tua stessa discrezione
attenzione e cordialità.
Donaci di seminare solo parole di verità,
conforto e speranza
dopo aver ascoltato e condiviso
le attese di chi ci cammina accanto.
Resta con noi, Signore!
Non manchi mai una mensa e una locanda
in cui Tu, dolce ospite,
spezzi il tuo Pane per noi.
“Rimani
con noi…”
Quando fu a tavola con loro, prese il pane...lo spezzò e lo diede loro”
Cristo si fa ospite perché è compagno di viaggio, infatti non si limita
ad aspettarci alla locanda, anzi si direbbe che addirittura preferisca
il ruolo del viandante rispetto a quello dell’ospite: “fece come se
dovesse andare più lontano”. Così i discepoli da
invitanti si scoprono invitati:
è il Signore Gesù il vero ospite che li ammette alla comunione con lui
per cui quella cena diventa Eucarestia, comunione pazientemente
ricercata e finalmente raggiunta. All’improvviso lo vedono e lo
riconoscono; ma non è Gesù che cambia di aspetto, sono invece proprio i
loro occhi che diventano capaci di riconoscerlo perché i loro cuori si
sono riscaldati alla Parola dell’Amico divenendo capaci di entrare in
comunione con Lui.
Dentro la casa,
Gesù è al centro, in piedi, sta
spezzando il pane.
E' rivestito dalla tunica, il chiton
rosso e il mantello, l'imation
blu
che indicano le due nature.
Il blu,
indicando il cielo, sottolinea il mistero
della vita divina:
Gesù è
vero Dio. Il
rosso
richiama il fuoco, il sangue,
l'umanità: Gesù è vero uomo.
Il discepolo
barbuto più anziano,
è Cleopa;
indossa un mantello e
una tunica dalle tonalità intense e calde che rimandano al desiderio
profondo di comunione e alla forte
tensione
a diventare
una cosa solo col Maestro. L’altro
discepolo più giovane porta
una tunica bianca e
un mantello rosso: con le mani aperte e il volto rivolto al Risorto,
pare bere ogni sua Parola e volgere a Lui tutto il suo desiderio. Anche
lui col salmista sembra esclamare:
“l’anima mia ha sete di Dio, ha sete del Dio Vivente, quando vedrò il
suo Volto?”
Il
verde del pavimento ci suggerisce inoltre
la fertilità della
parola di Cristo che è portatrice di
vita, di gioia vera; i rossi aranciati dell’arreda-mento, poi, ci
parlano dell'amore che si spende nel sacrificio
fino a dare la vita e ci rimandano all’immagine del roveto ardente sull’Oreb.
I
due discepoli, seduti attorno alla tavola, contemplano meravigliati,
stupiti ed estasiati Gesù: "Dissero l’un l'altro
non ci
ardeva forse il cuore in petto mentre ci parlava per la strada e ci
apriva il senso delle scritture?".
Ormai Lui è in noi e noi in Lui, grida l’icona. Il nostro cuore
raggelato e lento, comincia a pulsare e ardere; i nostri occhi prima
appannati dalla paura e dalla tristezza, si aprono a contemplare il
Signore della Vita. Tutto, suggerisce l’icona, era necessario, ma per
riconoscerlo bisognava rimanere in Lui, bisognava spezzare
il
pane con lui. Ascolto e comunione trasformano
il
cuore di pietra in cuore di carne. Qui, grida l’icona, si respira vita
divina e si partecipa ad essa pienamente; qui, nell’Eucarestia,
non
solo facciamo esperienza di un Dio che è per
noi
e con noi ma anche di un Dio che
è
in
noi.
E noi tabernacoli
viventi,
uomini e donne spirituali, avendo incontrato il Signore, ci lasciamo
illuminare dallo Spirito e permettiamo all'amore del Padre di vivere in
noi.
Ma non indulge troppo il Signore: “dopo la frazione del pane, sparì
dalla loro vista” . Per quanto gratificante sia la sua manifesta
presenza tra noi, Egli non teme di sottrarsi e nascondersi ai nostri
occhi forse per costringerci di nuovo a partire, a camminare, con un
ritmo cadenzato non più dalla delusione, ma sulla calda certezza che ha
risvegliato il nostro cuore: è risorto!
“Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme” Si potrebbe
quindi dire che noi siamo una Chiesa viandante e pellegrina che ha il
compito di annunciare a tutti la vita e la speranza. Dunque è
irrinunciabile l’impegno di affiancarsi agli uomini e donne del nostro
tempo e farci accettare come compagni di viaggio.
Urge uscire dalle nostre delusioni e dalle nostre situazioni di fiacca
perché la Provvidenza ci fa vivere in un’epoca il cui simbolo è la
strada a più curve più che ‘la poltrona’: senza ritrosie per il ‘nuovo’
e senza compromessi col presente ritenuto possibile, tranquilla
riedizione del passato… Sedentarietà a tutti i livelli: culturale,
religiosa, psicologica. Se davvero ci sta a cuore Cristo, occorre
camminare con attenzione, con vigile disponibilità, direi persino con
ardimentosa gioia perché Lui si accompagna a noi nel cammino, ci scalda,
anzi ci
fa ardere il cuore
aprendolo alla più vera riconoscenza, per cui esclamiamo:
Signore Gesù, grazie perché ti sei fatto riconoscere nello spezzare il
pane. Mentre stiamo correndo verso Gerusalemme, e il fiato quasi ci
manca per l'ansia di arrivare presto, il cuore ci batte forte per un
motivo ben più profondo.
Preghiamo insieme (voce solista e assemblea)
Dovremmo essere tristi, perché non sei più con noi. Eppure ci sentiamo
felici.
La nostra gioia e il nostro ritorno frettoloso a Gerusalemme,
lasciando il pranzo a metà sulla tavola,
esprimono la certezza che tu ormai
sei con noi.
Ci hai incrociati poche ore fa su questa stessa strada, stanchi e
delusi.
Non ci hai abbandonati a noi stessi e alla nostra disperazione.
Ci hai inquietati con i tuoi rimproveri.
Ma soprattutto sei entrato dentro di noi.
Ci hai svelato il segreto
di Dio su di te,
nascosto nelle pagine della Scrittura.
Hai camminato con noi come un amico paziente.
Hai suggellato l'amicizia spezzando con noi il pane,
hai acceso
il nostro cuore perché
riconoscessimo in te il Messia, il Salvatore di tutti.
Così facendo,
sei entrato dentro di noi.
Quando, sul far della sera,
tu avevi accennato a proseguire il tuo cammino oltre
Emmaus,
noi ti pregammo di restare.
Ti rivolgeremo questa preghiera, spontanea e appassionata,
infinite altre volte
nella sera del nostro smarrimento,
del nostro dolore, del nostro immenso desiderio
di te.
Infatti tu sei sempre con noi.
Siamo noi, invece, che non restiamo con te, non dimoriamo in te.
Per questo, o Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare
sempre con
te,
ad aderire alla tua persona con tutto l'ardore del nostro cuore,
ad assumerci con
gioia la missione che tu ci affidi:
continuare la tua presenza, essere vangelo della
tua risurrezione.