Pregare con l'Icona

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Il  Buon Samaritano

 

“A proposito di un uomo caduto fra i ladri”

(Codex Purpureus Rossanensis)

 

 

                Tra i tesori d’arte e di fede della Calabria bizantina si custodisce il “Codice Purpureo Rossanese” (Codex Purpureus Rossanensis), uno dei sette codici miniati orientali esistenti nel mondo, “probabilmente il più antico e meglio conservato documento librario e biblico della cristianità” (Francesco Filareto). Il manoscritto, commissionato molto probabilmente dall’ambiente della corte di Bisanzio, forse dalla stessa famiglia imperiale o dall’alta aristocrazia di corte, risale al V-VI secolo ed era destinato ad un uso sacro, dottrinale e liturgico. Questo antico Evangeliario è — come scrive ancora il Filareto —”Cristo stesso: la sua parola rivelata nello scritto e la sua rivelazione visivamente illustrata”.

 

 

Tra le miniature del Codice si distingue per pathos e ricchezza allegorica la rap-presentazione icono-grafica della parabola del buon samaritano, sotto la quale sono raffigurati, da sinistra a destra, Davide, Michea, ancora Davide ed infine Sirach, ciascuno accompagnati da una citazione biblica:

Davide (Sal 94,17: “Se il Signore non fosse stato il mio aiuto, in breve io abiterei nel segno del silenzio);

Michea (7,19: “Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe”);

Davide (Sal 118,7: “Il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici”);

Sirach (18,12: “Il Signore soltanto è riconosciuto giusto”).

La miniatura, che reca in alto un’espressione singolare (“A proposito di un uomo caduto fra i ladri”) trae origine dal Vangelo di Luca (10, 25-37).

Leggiamo il testo:

 

Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

 

 

Ora rivisitiamo il brano attraverso la miniatura del Codice Purpureo. Individuiamo subito l’ambiente:

- a sinistra, Gerusalemme, con le torri, l’arco, la cupola, gli alberi del monte degli ulivi;

- al centro, si staglia il Cristo che si piega verso il malcapitato prestandogli le prime cure, mentre un angelo gli porge una coppa con l’olio e il vino per disinfettare e curare le ferite dell’uomo assalito dai briganti;

- a destra, il ferito caricato su un asino viene condotto dal Samaritano alla locanda ed affidato alle cure dell’albergatore, cui porge due monete d’acconto per il ricovero. L’albergatore, visibile solo in parte, ha in mano un registro di cassa rilegato in rosso.

 L’iconografo ha esplicitato un evidente simbolismo, molto caro all’interpre-tazione esegetica del tempo. Si pensi, ad esempio, alla lettura allegorica di Origene, per il quale

 

Notiamo anche l’accostamento del brano evangelico alle citazioni dell’Antico Testamento. Sono poste lì a rafforzare il senso stesso della parabola, quasi a dirci: l’oppressione non è sinonimo di disperazione perché Dio ha a cuore le sorti del suo popolo. Egli interviene con compassione per lenire e curare, consolare e riscattare. Perfino il peccato è vinto nella morte e risurrezione di Cristo, in cui si manifesta appieno il potere di Dio, potere dell’amore che “vuole l’alterità dell’altro fino a lasciarsi uccidere per offrirgli la risurrezione” (O. Clément)!

 

E noi? Scriveva Jean Vanier:

Bisogna permettere a Gesù di fermarsi,

di guardarci, di ascoltarci e di toccarci

così come si tratta per noi di guardare,

di saperci fermare e di ascoltare

e di toccare il Crocifisso

e di lasciare rinascere in noi

lo spirito che dorme

e che attende di essere risvegliato.

Bisogna che il velo sia spezzato,

il velo che impedisce il dolce incontro…

Lungo la scia di questa tradizione iconografica, nei secoli più e più volte gli iconografi si sono immersi nel mistero della Divina Compassione scrutandone l’insondabile ricchezza e trasmettendone i tratti più puri. Contempliamo quest’icona del Buon Samaritano a noi contemporanea.

 

 

TRE SCENE: la violenza, l’indifferenza e la cura amorevole

Vengono rappresentate tre scene: nella prima a sinistra viene rappresentata la violenza subita dal viandante. La spelonca allude anche al deserto dove si nascondeva­no i briganti (in genere erano gli ze­loti che vivevano nella clandestinità e si rifornivano di beni e viveri attac­cando i viandanti).

Nella scena di destra  è rappresentata l’indifferenza del sacerdote e del levita che provano fastidio, e in quella in primo piano al centro la cura amorevole del buon Samari­tano che si china davanti a chi è bi­sognoso.

In alto è raffigurato il Cristo Panto­cratore con la mano destra benedi­cente. Sullo sfondo oltre il monte si vedono le mura di Gerico, dove il sacerdote ed il levita si reca­no dopo il turno settimanale al tem­pio.

Le montagne sono simboli della teofania o manifestazione di Dio.

Le due anfore rappresentano i medica­menti usati dal samaritano per curare il viandante (vino ad alto grado al­colico ed olio per lenire i dolori). La raffigurazione è contenuta in un quadrato, simbolo della creazione e dell’onnipotenza di Dio Padre, crea­zione nella quale il Verbo di Dio interviene prendendo carne.

Cristo Pantocratore è contenuto in un cerchio, simbolo dell’unicità di Dio Uno e Trino, vero Dio e vero Uomo, simboleggiato anche dal manto blu e la tunica rossa.

La raffigurazione essenziale presenta in verticale la parte positiva e in orizzontale la parte negativa, quasi a disegnare una croce dove la morte (la linea orizzontale) viene vinta dal­la vita, dall’amore (la linea vertica­le).

I colori

I colori usati sono l’oro, l’ocra, il rosso, il bianco, il blu e il nero. L’icona ha il fondo dorato, che a differenza dei colori è riflesso puro della luce. “Se gli altri colori vivono della luce, l’oro ha un irraggiamento proprio e pertanto ha un ruolo importante nell’iconografia come simbolo della luce divi­na”(Sendler).

L’ocra è il colore della carnagione. “Il volto di Cristo sulle icone, colore di terra impastato di luce, non ap­partiene alla razza bianca: è il volto abissale del genere umano, e prima di tutte le differenziazioni e anche attraverso esse” (Olivier Clement).

Il rosso è il simbolo dell’amore e dell’umanità di Cristo. “Il rosso dice riferimento al fuoco e al sangue, e quindi anche all’amore più forte della morte; esprime pure sacrificio e combattimento. Il rosso è anche il segno distintivo dell’umanità, so­prattutto se usato in combinazione con il blu... Perciò la veste (chiton) di Cristo di solito è rossa, mentre il mantello (himation) è azzurro; sono così significate le due nature, umana e divina, del Pantocratore” (Babo­lin).

Il blu “indica il cielo ed esprime la trascendenza, in riferimento a tutto ciò che è terrestre, e l’immortalità dell’anima” (Babolin).

Il bianco è simbolo della vita, della morte, della risurrezione. “Il bianco esprime il divino, l’assoluta verità e l’unicità di Dio; conseguentemente, anche i rappresentanti di Dio, gli an­geli o coloro che entrano nel mondo divino (le anime dei defunti), porta­no vesti bianche” (Babolin).

Il nero è l’assenza totale di luce ed esprime la negatività completa.

 

L’icona ci dice non tanto chi è l’oggetto dell’amore ma chi è il sog­getto dell’amore, non tanto chi è il prossimo ma come si diventa pros­simo.

 

In realtà “prossimo” lo diventa colui che si accosta all’altro con amore fattivo, generoso senza tenere conto dei limiti, dei difetti dell’altro.

Possiamo notare in questa icona co­me l’amore autentico rende creativi e liberi: solo chi è aperto all’amore (come il Sa­maritano) fa la volontà del Padre, mentre chi è chiuso in se stesso (come il sacerdote e il levita) non è in grado di riconoscere l’autentica volontà di Dio che si realiz­za nell’amore l’altro senza riserve.

 

In questa icona Gesù ci suggerisce di uscire dai nostri schemi accogliendo l’altro come dono accettandolo così com’è; in definitiva il Samaritano non è un esempio ma un modo nuo­vo di porci davanti al bisogno dell’altro.

 

 

Chinarsi, guardarsi e riscoprirsi

Lasciando che la Parola di Dio ci parli, leggiamo e contem­pliamo l’icona. Vediamo che i briganti assalgono l’uomo, lo spogliano, lo lasciano mezzo morto; l’uomo potrebbe ancora essere salvato, ma il sacerdote e il levita passano, non si fermano, non si curano dell’uomo “semivivo” e lo lasciano morire.

Se il mondo è semivivo bi­sogna fare il Samaritano e farlo rivi­vere. Il cristiano in pratica imbocca la via da Gerusalemme a Gerico. Non disdegna di sporcarsi le mani. Non passa oltre per paura di conta­minarsi. Non si rifugia nei suoi affa­ri privati. Non tira diritto per rag­giungere la mistica solennità della sinagoga. Nella vita comunitaria o ecclesiale può succede­re di fare come i ladroni o come il sacerdote, ognuno di noi può far morire l’amore o non permettergli di vivere. Posso uccidere interiormente l’altro, perché l’amore da solo non basta, l’amore senza gesti svanisce.

La privazione di gesti è mancanza di attenzione, di tenerezza, di apprez­zamento. Questa freddezza porta allo spegnimento dell’amore e fa interrompere la relazione, la comunicazione profon­da. Tutto si riduce a rapporti di forma, superficiali. El a superficialità che cammina a braccetto con l’ abitu­dinarietà lascia morire l’amore, per­ché tutto diventa scontato, banale ri­petitivo!

 

Bisogna superare tutto questo con sguardo reci­proco buono, attento e sincero, alimentando il ringraziamento e la riconoscenza.

Il ringraziamento è un aspetto fon­damentale della vita dell’uomo e in particolare della vita in relazione. Ricono­sciamo che l’altro è importante per noi, che ci è caro, che ci è indispen­sabile.

La riconoscenza è un sentimento che dona gioia ad ambedue le parti. Le eleva e ringiovanisce.

Se tutto è scontato, se non c’è ringraziamento e riconoscenza si affievolisce persino lo stile dell’ascolto dell’altro. Si finisce per “ascoltare”, anzi, semplicemente sentire solo quello che egli dice, senza più riuscire ad ascoltare quello che l’altro è.

Chi ascolta con bontà e delicatezza diventa uno specchio di cristallo dentro il quale uno si può guardare e conoscere. Quindi anch’ io perdo la ricchezza di conoscermi.

Ma la capacità di ascoltare l’altro nasce dalla consapevolezza che l’altro è un mistero al di fuori di me e genera stupore, apre alla confidenza, educa al rispetto, lancia su strade di gratuità e fiducia.

Al contrario, io uccido mio fratello, mia sorella quando la uso, non la rispetto per quello che è, la piego alla mia visione delle co­se, cercando una gratificazione, una giustificazione, talvolta ammantata di spiritualismo senz’anima.

Non rispettando la sua identità, mi dimentico che ogni persona appar­tiene a se stessa. Ha la sua origina­lità, la sua irripetibilità. È unica!


 

 

Il male ai miei occhi, consiste in gran parte nel credere orgogliosamente di poter bastare a se stessi. E’ il sentimento della propria sufficienza e il disprezzo dell’altro spinti all’assurdo. Scandalo della vita schernita, dello spreco, dell’indifferenza per i vecchi e i poveri, gli affamati, gli oppressi, i disoccupati, gli stranieri, gli escusi di ogni specie… Tutto ciò investe la nostra responsabilità, costituisce il nostro problema, non quello di Dio” (Abbé Pierre).                                                           

 


Attraverso la parabola del Buon Samaritano Gesù non pro­pone solo un bell’esempio da imitare ma apre una prospettiva nuova nell’organizzare i rapporti umani.

L’icona ci descrive questa realtà inaugurata dal suo modo di parlare e di agire con gli uomini del suo tem­po.

La figura del Buon Samaritano che si china con compassione sull’uomo, si staglia sul nero della caverna, il­lumina la scena, ci invita a diventare uomini di luce. Invita il marito, la moglie, i fratelli e le sorelle di comunità a illuminarsi a vicenda fa­cendosi “prossimo” l’uno all’altro.

Noi siamo invitati a diventare luce che illumina le tenebre, a fare come fece il buon Samaritano per il quale San Luca usa due verbi splendidi: “ne ebbe compassione” e “gli si fece vicino” cioè si accostò.

 

Ne ebbe compassione

Leggiamo la compassione nel volto del samarita­no e del malcapitato. Essa ci è suggerita anche dalla tunica rossa che nella sua simbologia sottolinea la carità, l’amore fino alla morte. Ma cos’è la compassione nelle nostre comunità? E’ la disponibilità a lasciarsi guidare dalla misericordia, accentando di cambiare le situazioni, ma innanzi tutto se stessi, convertendosi ad una logica di totale “consegna” all’altro. Concretamente può essere: cambiare programma, atteggiamento, mentalità, preconcetti…

Di più: siamo invitati a favorire non semplicemente gesti, ma uno stile di vi­ta, cioè logiche costanti di vita, facendo crescere in noi un modo di esse­re improntato a semplicità mite e gioiosa. Non si tratta di semplicioneria ma d’impegno audace a rendere sempli­ce i rapporti, le situazioni, le cose. E’ il semplificare la vita, l’aiutarsi senza nulla pretendere (neanche il grazie!), l’allenarsi insieme a distinguere il relativo dall’assoluto, ridimensionando impressioni e sempre bene-dicendo.

E questo in modo non aggressivo ma mite e gioioso, il sorriso e la gioia sono in noi, risiedono nell’inti­mo dell’anima.

 

 

Tutta la nostra vita reca in sé germi, semi di vita per patire e gioire con l’altro. Siamo chiamati a coltivarli, viverli e riconoscerli nella semplicità così che diventino delle costanti di ogni giorno.

Contemplando l’icona siamo invitati ad avere lo stesso volto di Dio, ma l’essere così somiglianti a Lui ri­chiede di:

-     allenarci a respirare nella gratuità cioè nel coraggio di essere attenti all’altro così   com’è, tanto da in­contrare fino in fondo i suoi biso­gni.

Imparando a non lasciarci som­mergere dai risultati, accettando di servire con una mentalità di­versa, nel cammino di gratuità siamo chiamati a riscoprire la preziosità della persona;

-     vivere la parresia, in quella li­bertà interiore capace di libera franchezza. Essere così liberi da avere la capacità di essere indi­pendenti dalle abitudini, dai pre­giudizi, dalle pressioni esterne, dal potere. In una parola, vivere la libertà dei figli di Dio.

 

Gli si fece vicino

Contemplando il gesto del Buon Samaritano vediamo che è vicino, è chino; ci invita ad avvicinarci al prossimo con uno sguardo buono, attento e sincero, a farci vi­cino col modo proprio di Dio.

Dio si fa incontro all’uomo inven­tando continuamente dei modi per farci conoscere la storia del suo amore. Nella Rivelazione Dio si fa a noi incontro gradualmente, fidandosi e aspettando la nostra libera risposta di fede e affidamento a Lui. Con una metà finale: accoglierci in seno all’amore trinitario e vivere la pienezza di questa comunione.

 

Apri i nostri occhi alla tua compassione, Signore Gesù.

Sei tu il buon Samaritano;

la via che scende da Gerusalemme a Gerico

è la via di ogni uomo e di ogni donna, è la strada di ciascuno di noi.

Quante volte hai arrestato il tuo cammino

per chinarti su di noi, mosso da divina compassione!

Hai preso su di te la nostra debolezza,

le nostre ferite son diventate le tue piaghe!

Quante volte ci hai consolati e ti sei preso cura di noi che, esanimi,

forse non ti abbiamo nemmeno riconosciuto.

Apri i nostri occhi alla tua compassione, Signore Gesù.

E rendicene partecipi, fa' che la possiamo condividere.

Liberaci dalla paura di contaminarci

con i problemi o la debolezza degli ultimi, nostri fratelli.

Liberaci dalla tentazione di discriminarli

in base alle idee politiche, o alle appartenenze culturali, religiose, razziali.

Liberaci anche dalla pretesa di programmare forme e modi di intervento

in base ai nostri criteri, condizionati dalle nostre visuali, o dal nostro interesse.

La necessità di coloro che incontriamo

sia l'unica carta di credito alla nostra compassione.

Insegnaci ad essere "prossimo", o Signore. Amen

                                                                            (Piero Rattin)                                

 

 

 

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