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La Preghiera di Tobia e Sara
Tempera su tavola, 37x30
Tobia si
alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo
al Signore che ci dia grazia e salvezza». Essa si alzò e si misero a
pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo:
«Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le
generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per
tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché
gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere
umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli
un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia
parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia
di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero
insieme: «Amen, amen!».
Tb 8,4-8

Il soggetto dell’icona, che
trae origine dal libro di Tobia (8,4-9), coglie il momento in cui Tobia,
dopo aver invitato Sara ad alzarsi dal letto nuziale, si accinge a
unirsi con lei in preghiera. Lo sposo, che tiene nella mano
destra un cartiglio con la trascrizione della loro orazione, mostra il
palmo della mano sinistra in atteggiamento di umile amore davanti a Dio
e alla sposa, che invece tende le mani nel gesto orante dell’offerta e
dell’abbandono fiducioso. Un atto sofferto e liberante che rivela la
speranza, posta in Dio, di poter finalmente consumare le loro nozze
nella gioia. I due si guardano teneramente, immersi in una sorte
di comunione sacra che si fa ricettacolo di fede: la loro unione, messa
alla prova, è ormai matura. Non temono. E poiché credono che in ogni
relazione sia presente l’Eterno, poggiano i loro piedi su una
predella, segno di
nuzialità protesa verso il cielo e di distacco dal mondo terreno, qui
rappresentato dal pavimento verde.
In alto, a destra dell’icona, è visibile
la
mano benedicente di Dio che fuoriesce dall’universo, quasi a
conferma dell’auspicio di Raguele, madre della sposa: «Coraggio, figlia,
il Signore del cielo cambi in gioia il tuo dolore. Coraggio, figlia!»
(Tb 7,17).
Figlio mio!
Se tu sapessi quali cose l’uomo sa dire a Dio quando la carne dell’uomo
si fa grido, grido di Dio che si adora.
Oscar Venceslav de Lubicz-Milosz