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"Mio Signore e mio Dio"

Tempera su tavola, 74x60

 

 

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».  Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».  Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Gv 20,26-29

 

 

"Mio Signore e mio Dio"

 

 

 

 

 

Conosciuta e definita dalla tradizione come rappresentazione dell’incredulità di Tommaso, l’icona del “Mio Signore e mio Dio!” accoglie fedelmente lo schema tradizionale come descritto nel Manuale dei Pittori del Monte Athos e ne rielabora gli elementi a servizio della pastorale perché anche nell’oggi della Chiesa e del mondo l’icona sia una «finestra sull’eternità», «canale di grazia», celebrazione della divina Bellezza in una «liturgia interiorizzata e continua».

A riferirci la scena raffigurata dall’icona è soltanto l’apostolo Giovanni. Vediamone il contesto: Gesù è risorto ed è apparso ai discepoli. Entrando a porte chiuse, facendo cioè breccia sulla paura che li immobilizzava, Egli mostra loro le mani e il costato, i segni della passione, perché sia chiaro l’annuncio: «Io ero morto ma ora vivo per sempre» (Ap 1,17).

«Tommaso, però, non era con loro quando venne Gesù» (v.24). I suoi occhi non lo hanno visto, il suo cuore non ha gioito «al vedere il Signore». Ed ora l’affermazione esultante dei discepoli: «Abbiamo visto di persona il Signore», non lo convince. Per otto giorni si macera nell’incredulità, ma non fugge più. Si era isolato per un momento, ma ora non s’allontana, pur patendo nella morsa della sfiducia scettica e diffidente. Sì, continua a non capire, a non credere, ma umilmente ora sta con gli altri, «in casa», cioè nella familiarità dell’essere «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32), nonostante tutto. E nel chiuso di questo dissidio interiore pregno di sgomento, ancora una volta, Gesù si apre un varco ed entra. L’icona ci fa rivivere questo momento intensissimo.

 

 

…Sentivo quanto impotente fosse ciò che mi aveva interessato fino a quel momento nella zona di buio in cui ero capi­tato. Lì c'erano le mie necessità, le mie sofferenze. Ed evidentemen­te dovevano esserci anche i miei mezzi e le mie gioie. E io li stavo cercando, ma non li trovavo; mi lanciavo verso le uscite, ma sbat­tevo contro le pareti e mi perdevo tra sotterranei e passaggi. Fui preso da una grande disperazione e dovetti ammettere l'impossi­bilità di uscire di lì, l'evidenza di essere definitivamente tagliato fuori dal mondo visibile. In quell'attimo un raggio sottilissimo, che era o una luce invisibile o un suono impercettibile, mi recò un nome: Dio.

Pavel Florenskij

 

 

 

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