Homepage





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 





 

Tra spiritualità e folclore

Il Santuario di Crochi "Nome Santissimo di Maria"

 

di Armando Scuteri

 

 

 

Questa chiesa fu originariamente costruita molto più in basso rispetto all'attuale posi­zione, a cavallo dei secoli XVI e XVII, a spese del principe don Vincenzo Carafa.

Leggenda vuole che il tempio sia stato edificato per riconoscenza di un evento da lui ritenuto miracoloso e manifestatosi mentre si trovava dove ora si trova l'edificio sacro. Era in viaggio per recarsi da un eremita in odore di santità con la figlia disabile: la ragaz­za non aveva facoltà di parola. Ad un certo punto del cammino il velo col quale la giovi­netta si copriva il capo si sarebbe impigliato tra i rovi ed ella, per richiamare l'attenzione del genitore che la precedeva lungo il sentiero, sarebbe riuscita ad articolare un suono: croc. Subito dopo, la ragazza avrebbe ottenuto il dono della parola.

Da questo evento deriverebbe il nome di Crochi al luogo e l'edificazione, appunto, del­la chiesa.

Un'altra ipotesi vuole che il luogo di culto sia sorto invece perché ad un eremita in pe­nitenza sarebbe apparsa la Regina degli Angeli, chiedendogli di costruire in suo onore una chiesa che fu, appunto, intitolata a Santa Maria di Crochi, forse per l'abbondanza del Zafarano, che ivi nasce, e si raccoglie, detto in latino Crochus, o per alludere alla Cantica Nardus et Crochus (D. Prota).

Della struttura conventuale iniziale non resta più nulla. Scosse telluriche, intemperie e l'irruenza dell'acqua della fiumara, in un inverno più piovoso del solito, la cancellarono interamente.

In quello stesso luogo, però, nel 1877, per volere di Domenico Circosta, un bracciante del posto, fu innalzato un nuovo tempio e il 14 agosto 1914 monsignor Giorgio Francesco Delrio, riconosciuto che tutti i contadini dei dintorni, che vivevano lontano dal centro cit­tadino, sentivano la necessità di una direzione spirituale più assidua e più costante, le at­tribuì il titolo di parrocchia.

Da quell'anno, dopo don Giuseppe Piccolo, emulo di don Luigi Sturzo, il primo cura­tore di anime fu don Bruno Cavallaro che, alle due navate esistenti, fece aggiungere una terza. A lui seguirono, nell'ordine, don Gennaro Amato, che la fece ristrutturare nuovamen­te, don Domenico Todarello e, oggi, padre Pasquale Arnò[1].

Sulla stessa parete dell'apertura centrale, all'interno, sul lato sinistro, una lapide mar­morea richiama alla memoria il sacrificio di don Gennaro Amato che l'8 marzo cadde sot­to il piombo dei rivoltosi guidati da Pasquale Cavallaro. L'epigrafe recita che la targa è stata posta dal VESCOVO MONS. GIANCARLO BREGANTINI e dalla COMUNITÀ ECCLESIA­LE DI CROCHI IN OCCASIONE DELLA VISITA PASTORALE NELL'ANNO DEL SIGNORE 2002 IL GIORNO 1 DEL MESE DI GIUGNO.

Quattro archi per lato separano la navata centrale dalle altre due. Sei finestre rettangolari poste in alto, quattro sul muro di sinistra e due su quello di de­stra, consentono alla luce solare di filtrare all'interno.

Quasi in fondo alla prima delle due pareti è stato costruito nel 1998 un altare, per de­vozione di Vincenzo Romano di Antonimina e al centro è posta la statua - unica in tutta la Diocesi - di San Francesco d'Assisi.

 

L'altare principale, costruito il 13 settembre 1884 da Ilarione Vozzo figlio di Giuseppe e restaurato da tempo a spese di Giuseppe Timpano, necessita ulteriormente di opere di recu­pero. Al centro è sormontato da un modesto dipinto, che riproduce la statua della titolare.

Priva di arredi di valore, accoglie i fedeli con ventidue banchi a quattro posti costruiti nel 1997 dall'artigiano Giuseppe Daniele, che tre anni prima aveva realizzato - su richie­sta del Comitato feste - una nuova vara processionale.

La festa, religiosa e civile che si svolge ogni anno in onore di Santa Maria, è quanto mai suggestiva. Negli ultimi tre giorni della seconda settimana di settembre richiama migliaia di persone; l'ampiezza dello spazio riservato alla fiera-mercato e ai parcheggi nella fiumara non sempre rende l'idea della reale consistenza numerica delle presenze, specie nella serata di sabato.

Il rito processionale, che si svolge nella tarda mattinata della domenica, al termine del­la Santa Messa solenne, segna la conclusione anche della manifestazione civile.

Dal venerdì precedente il segmento dell'alveo sottostante la chiesa e il lembo di collina, su cui poggia, sono un pullulare di gente proveniente dalle campagne circostanti, da Caulonia e da tutto il comprensorio. La festa unisce, oltre al culto per la Madonna, un forte senso folcloristico. Sino a metà degli anni Sessanta, la sera della vigilia vi era la competizione tra decine e decine di falò, che illuminavano a giorno da ambo le sponde tutta la vallata.

La manifestazione civile, pur con il trascorrere del tempo, conserva sempre il l'ascino del mercato artigianale e campestre. Nella fiera-mercato primeggiano ancora i manufatti locali, le primizie delle olive schiacciate e condite col peperoncino e i semi di finocchio selvatico, le noci schiuse forzatamente dal mallo, la presenza dei contadini che vendono conigli, polli ruspanti e altri animali da cortile. Tipica è la sagra della carne di capra, una peculiarità alla quale, negli ultimi anni del secolo scorso, si è aggiunta quella della caddara con le sue frittole e le salsicce, vendute crude o cotte alla brace.

All'alternarsi di gruppi folkloristici e di cantanti più o meno famosi, la notte del sabato lo spettacolo si chiude con la ballata del ciuccio e gl'immancabili e suggestivi fuochi pirotecnici.

A promuovere il tutto, festa religiosa e festa civile, è un apposito Comitato che, anno dopo anno, con i fondi raccolti ha sempre cercato di migliorare l'accoglienza dei pellegrini, dei venditori, dei ristoratori improvvisati e anche dei macellai che, sino a quando la legge lo ha permesso, macellavano il bestiame in un apposito mattatoio edificalo in loco.

Detto Comitato si è fatto promotore anche di interventi di manutenzione e di ammodernamento della chiesa con l'aiuto dei pochi fedeli del posto e dei molti che hanno seguito la via dell’emigrazione, incluso l'ultimo intervento sulla statua della Madonna, affidata nel 2002 alle cure di Damiano Chiera.



[1] A p. Pasquale Arnò, tornato nel 2009 alla Casa del Padre, è succeduto don Donato Ameduri.