Tra i fiori di mandorlo
di Gina Codispoti
I monaci
devono essere come gli alberi che esistono silenziosamente nell’oscurità
e che, con la loro presenza, purificano l’aria.
Th. Merton
Ebbene, a
mio parere, la contemplazione appartiene all’ordine della ricerca,
oppure non esiste. Quaggiù indica un cammino, una tensione, un esodo
permanente. È l’invito fatto ad Abramo: «Cammina alla mia presenza!» (Gen
17,1).
Fr. Christian de Chergé
È trascorso più di un mese dal mio arrivo all’Eremo e conservo ancora
intatto il gesto della piccola Emanuela che, dopo aver abbracciato me ed
Anna – al ritorno dalla nostra passeggiata –, ci porge un piccolo fiore
di mandorlo destando in noi inattesa gioia e sorpresa. Esso, pur nella
sua semplicità, mi ha rimandato immediatamente al giorno in cui sono
arrivata all’Eremo, il primo gennaio, solennità della Theotòkos.
Lasciato il paese di Caulonia, io, mia madre e Agata – che erano venute
ad accompagnarmi – imbocchiamo la strada che porta in campagna,
immergendoci di colpo nella bellezza del paesaggio che, dietro ogni
curva, si apriva al nostro sguardo fino a perdersi, quest’ultimo,
lontano sulle cime delle montagne che il fiume Allaro pareva fendere
senza pietà pur di guadagnarsi un varco verso il mare. Ah, il mare… lo
lasciavamo alle nostre spalle, affidato ai timidi raggi di sole che lo
salutavano per il consueto congedo quotidiano. Ora, proprio durante il
tragitto, lungo la strada, stretta fra tornanti, due mandorli
giganteschi mi annunciavano l’imminente arrivo: «Manca poco, ci siamo»,
mi sono detta, ben felice di ritrovare le Sorelle insieme alla variegata
presenza di persone che, tra amici e parenti, popolano il Piccolo Eremo!
Ma, ecco, un altro mandorlo ci attende, pure esso fiorito in tutto il
suo splendore, accanto alla piccola chiesa della SS. Trinità, divenendo
per me (ma non solo!) un chiaro invito a entrare in quella vita nuova
che non conosce morte, nel definitivo saluto all’inverno di tante
solitudini, di cammini senza mèta. Un chiaro invito, insomma, a entrare
in quella nuova vita che la Theotòkos ha generato per noi e che da quel
giorno, senza che io me ne rendessi conto, cominciava a dispiegarsi
piano piano nei tanti gesti e volti di un mondo per me nuovo e familiare
allo stesso tempo.
L'accoglienza
L’indomani, due gennaio, festa di San Basilio – fondatore del
monachesimo, nonché padre spirituale della comunità che a lui si ispira
– le Sorelle fanno un gesto di accoglienza per me ed Anna in una
singolare comunione che mi ha permesso di scorgere immediatamente una
caratteristica fondamentale di un modo di essere di questa comunità:
l’essenzialità del cuore! Quel gesto e tanti altri che seguirono me ne
davano conferma. Lungi dal volere richiamarla come un tratto teologico,
tale essenzialità rimanda invece a quel modo di essere secondo quella
particolare “grazia” di Gesù Cristo che è la “carità”, e cioè qualcosa
che puoi vedere e toccare con mano perché si traduce concretamente in
gesti di “accoglienza”. L’invito che Gesù rivolge a ciascuno di è, sì,
quello di amare l’altro, di accoglierlo, ma facendogli spazio nella
nostra vita per camminare insieme, semplicemente! L’accoglienza,
infatti, è la medesima e può, nella semplicità di un cuore che ama,
assumere tante forme quante sono le esistenze che gravitano intorno
all’Eremo. E, in definitiva, che cos’è questo se non l’invito di Gesù a
dare noi stessi da mangiare?
Attraversiamo la notte nella luce della Sua presenza
E quando il sole è ormai calato dietro le montagne, e ci troviamo tutte in chiesa per adorare il Signore in un intimo colloquio con Lui da cui impariamo non solo a lenire le fatiche del giorno, ma anche ad affidare nelle sue mani ogni attesa di speranza, attraversiamo la notte nella luce della sua presenza che, giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, si dilata intorno divenendo Egli prossimo a ciascuna di noi e a quanti, piccoli e grandi, visitano l’Eremo. Una prossimità di Dio che si fa carne per divenire nel suo Volto il volto di tutti, nel suo Cuore il cuore di quanti fremono invocando la vita! Penso alla gente delle contrade, ai bimbi che, come ingaggiati da un oscuro destino, si trovano a combattere tra i silenzi della loro innocenza. Ho davanti a me il ricordo di Ilarietto – il cui sorriso, dolce e disarmante, è un invito a gioire con lui –, di Stefano, Francesco Pio, Emanuela, solo per fare qualche nome. Piccole esistenze all’interno di quel vasto e difficile mondo di adulti in cui il confine tra le generazioni è come annullato dalla precocità di una vita che si impone anzitempo!
Il canto del gallo
Cominciavo a comprendere, allora, che tutto questo non può essere
assunto senza quell’apporto fondamentale che è il rapporto con Gesù: le
meditazioni fatte durante la giornata – di cui Sr Rossana non manca di
ribadirci ogni volta l’importanza – diventano perciò imprescindibili sia
per ciascuna di noi che per l’altro. Nella misura in cui si riceve da
Dio nel dono di Gesù attraverso la Parola, allora si può dare quel
“pezzo di Dio” tra noi e la nostra gente. E questo avveniva sin dal
mattino presto quando ancora, allo spuntare dell’alba, la stella del
mattino, elevandosi in cielo, offriva il suo ultimo saluto: è in questo
primo momento della giornata che si gioca tutto, la nostra vocazione, il
nostro stare insieme e tra la gente. Nonostante mi riesca ancora
difficile ritagliarmi quel momento preciso di concentrazione – tale da
vincere ogni resistenza ad alzarmi così presto –, devo riconoscere che,
sì, tutto si gioca qui: accogliere la Parola di Dio per assimilarla e
farla lievitare nell’arco della giornata oppure far risuonare nel vuoto
di me stessa il canto del gallo la cui eco ci giunge dalla collina di
fronte, come pure da molto lontano. È il triste canto della debolezza,
delle nostre mancanze, dei continui tradimenti, oggi come allora. Tutto,
insomma, dipende da questa “prima ora” del giorno che porta con sé la
luce che illumina ogni tenebra. Ogni mattina la vedo nascere attraverso
la fenditura della montagna e inondare del suo splendore le lunghe
giornate.
La bellezza, il lavoro
Queste si svolgevano, infatti, all’insegna del lavoro che coinvolgeva ogni presenza dell’Eremo, nemmeno Nebbia poteva sottrarsi al suo dovere, sebbene ultimamente fosse un po’ ribelle abbaiando oltremodo durante le notti e tale da suscitare il ricorso a inusuali provvedimenti! In questo periodo Sr Rossana mi aveva affidato il compito di accudire le stufe della casa e del laboratorio, divenendo improvvisamente una “vestale” d’altri tempi, preposta al fuoco della casa, nonché quello di spazzare le foglie, in una gara non solo con gli altri membri della Comunità, ma anche con il vento che sembrava divertito della mia fatica. Qui, tutto quanto viene svolto, insomma, acquista una dimensione sacrale, poiché è espressione di un sentire e vivere comune, sebbene distribuito nei singoli gesti concreti. Tutti siamo investiti di una responsabilità – dalla più piccola alla più grande – che rientrava, tuttavia, all’interno di un medesimo disegno: la vita dell’Eremo! Garantire questo significa garantirne la presenza, mantenerne vivo lo spirito, la bellezza per essere, in questo modo, punto di riferimento per la gente.
La lectio divina
Mi viene subito a mente la decisione – presa in seguito alla “lectio”
comunitaria fatta su un passo del Vangelo di Marco («Voi siete la luce
del mondo e il sale della terra») – di lasciare accesa, al calare della
notte, la luce esterna della chiesa come segno di presenza e di
vicinanza non solo per le case intorno, ma anche per il viandante
notturno. Insomma, all’Eremo, ogni cosa è tesa verso questa costante
attenzione concreta rivolta all’altro attraverso la bellezza che,
espressa nelle molteplici forme, diventa luogo di incontro, di comunione
tra tutti coloro che per ragioni diverse giungono all’Eremo: amicizia,
incontri di spiritualità, corsi di iconografia, richieste d’aiuto.
Tutto, insomma, comunica pace, vita, bellezza! E a partire dall’icona
che è tale secondo lo Spirito di Dio che ne imprime il sigillo della
bellezza. Questo, in definitiva, il tratto specifico di ogni realtà:
divenire qualcosa, vita nella forma della divina bellezza!
Lo stupore
Merita qui ricordare, sia pure paradossalmente, la famosa “zumpa” che,
come risuscitata dagli scavi effettuati per l’ampliamento dell’Eremo,
veniva alla luce in tutta la sua bellezza e potenza pluricentenaria tale
da apparire ai nostri occhi come qualcosa di tremendamente vivo,
accentuata del resto dal fuoco che, appiccato per farla bruciare, ne
faceva invece una presenza fumigante, ancora più viva. Le radici di
quella che doveva essere una grande quercia, abbarbicate nel terreno,
sembravano non volere mollare affatto quell’angolo di storia, come pure
le nostre conversazioni con cui, tra lo stupore e lo sconcerto,
cercavamo di escogitare un sistema per eliminarla!
La mia famiglia, tra la gente
Insomma, tutto esprime vita nei tanti gesti e volti che riempiono le
giornate: penso, oltre ai bambini, ad Alessandra e a Luisa, alle
catechiste, a Idramoro con gli operai, ad Anna e, in particolare, a Lory
che nel ruolo di “grande madre” accoglie tutti con cuore vigile e
amoroso. E penso pure alle Sorelle da cui ho appreso, da poco, a gioire
nella libertà, a essere con loro nella reciproca comunione con lo Sposo.
Egli solo, infatti, conosce bene i nostri limiti e le nostre fragilità,
come pure il nostro comune desiderio di portare la vita, la gioia di
vivere non solo tra le mura dell’Eremo, ma ovunque, fino a raggiungere
“l’intera famiglia umana” che – come ho ricavato dalla lettura
dell’esperienza dei monaci di Thibirine (morti martiri nel 1996) fatta
durante questa permanenza all’Eremo – diventa principio e fine di ogni
ricerca di Dio: «Così è possibile la contemplazione solo là dove c’è
apertura alla comunità di vita, alla comunione, all’intera famiglia
umana… E c’è comunità possibile solo là dove c’è disponibilità alla
contemplazione delle meraviglie di Dio nascoste in ciascuno, dei segni
dell’Unico che vengono scritti sui nostri volti come altrettante
differenze promesse alla comunione dei santi» (Christian de Chergé).
E tu, Signore, che sei venuto a liberare i prigionieri, a ridare la
vista ai ciechi, a rialzare chi è caduto, a dare da mangiare agli
affamati, a vestire gli ignudi, vieni ancora oggi, come ogni volta, a
rinnovare i nostri cuori con il tuo Amore, perché se per tuo merito in
noi c’è la capacità di desiderare il bene per questi tuoi figli, in Te,
che puoi tutto, sta invece la possibilità di realizzarlo, affinché le
loro esistenze, pur tra tante difficoltà, diventino nelle tue mani
“vite” e possano così riconoscerti nella tenue luce della sera: piccoli
fiori di mandorlo che, staccati dai turgidi steli, si liberano
finalmente nell’aria perché il vento li sollevi al tuo amorevole
sguardo, in cielo!
Crochi, 11 febbraio 2011