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Le immagini raccontano

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“ Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio “

di Loredana Masini

 

 

E’ un proverbio africano in cui ho sempre creduto molto come mamma, maestra e cittadina. L’ho sempre coltivato nella mia mente e a volte anche nel cuore, ma quest’anno, al Piccolo Eremo delle Querce, l’ho sentito nel profondo del  mio cuore ma soprattutto nel profondo delle mie viscere.

Sono stata in vacanza con altre famiglie (2 di Roma e 3 di Campobasso) presso il Piccolo Eremo delle querce. Mattina alle 8.00 lodi, colazione (ottima e abbondante come ogni cosa preparata con amore da Lory e suor Sandra), tempo libero, pranzo, piccoli aiuti in comunità, riposo, tempo libero e/o piccoli aiuti in comunità. La sera alle 19.00 vespri e cena. Dopo cena tempo libero. Perfetto! Un Paradiso!

Anche lo scorso anno, con la mia famiglia, ero stata in vacanza presso le suore ed ero tornata a Roma il 30 agosto per tornare subito a lavorare. Alla fine dell’anno scolastico, cioè a fine giugno, le suore sono venute a Roma per la  mostra di icone “Tralucere l’Infinito” sulla vita di San Paolo. Praticamente il mio anno scolastico lavorativo, seppur molto faticoso e impegnativo, è stato una piccola parentesi tra questi 2 grandi eventi: una bellissima vacanza in un eremo e la venuta delle suore a Roma con lo splendore di 70 icone esposte.

Durante la mostra, mentre le suore  guidavano le meditazioni sulle varie icone, pensavo che sarebbe stato bellissimo fare una rappresentazione teatrale con i bambini, sulla vita di San Paolo, mettendo in risalto i simboli iconografici, giocando quindi sui colori, sui simboli, sulle posizioni del corpo. Pensavo prima di tutto che sarebbe piaciuto a me, poi che avrebbe aiutato i bambini a capire cosa fanno le suore tutto il giorno, lì a dipingere nel Laboratorio de "La Glikophilousa". Soprattutto pensavo che avrebbero apprezzato questa piccola grande “attività“ nata (o rinata?) in mezzo a queste montagne e che alimentava una cultura di base sulle icone e sulla valorizzazione delle attività del territorio. Questa era la mia programmazione e i miei obiettivi....ma poi è successo tanto altro!

Sono andata in vacanza nel mese di luglio dalle suore, armata di copione, vestiti e oggetti vari per la rappresentazione teatrale. Ho fatto la mia proposta e ho trovato subito gli attori. C’era mio figlio Angelo, Elisa e Matteo, i due gemelli che abitano vicino alle suore, e grazie alla loro capacità di coinvolgimento alla fine erano 7 ragazzi del posto, 3 da Roma e 5 da Campobasso (figli delle famiglie ospiti delle suore).

 Dai 6 mesi ai 16 anni. Perfetto! C’era posto per tutti:

-       Per Angelo il piccolo di 6 mesi che compariva con una colomba attaccata alla sua carrozzina quando nelle icone era raffigurato  lo Spirito Santo presente,

-       per Dilan, il ragazzo di 16 anni che doveva suonare la chitarra, ma che alla fine non ha suonato. E’ sempre venuto, si faceva tre quarti d’ora di strada a piedi per venire e ha partecipato a tutte le riflessioni dando dei bellissimi contenuti.

-       per Marco e Ilario, i bambini pestiferi di 6 anni che hanno scelto il ruolo di quelli che tiravano i sassi a santo Stefano. Veramente volevano tirare  sassi veri ma alla fine abbiamo deciso che potevamo fare delle palle con la carta di giornale perché tanto anche le parole nostre e del giornale possono fare male. Fortunatamente dopo un lungo dibattito  si sono convinti a tirare palle di giornale anche se volevano disegnare il sangue che usciva delle varie ferite.

-       Per Ilario, che diceva “non saccio leggere” nonostante avesse già fatto la prima elementare. 
-       Per Emanuela, 8 anni che ha cambiato 5 volte ruolo e vestito da mettersi e l’ultima 2 minuti prima del debutto. Anche lei, per poter venire, doveva scendere dal monte e camminare per più di un ora con il fratello di 6 anni e la madre.

-       Per Matteo, che voleva partecipare senza parlare e ha sfoggiato una bellissima uniforme da soldato romano fatta di cartone e riccamente disegnata (scudo, spada, lancia e scopa rossa in testa ad imitare l’elmo degli antichi romani)

-       Per i compunti, precisi ragazzi di Campobasso che si attenevano precisamente al copione.

 
-       Per Angelo, mio figlio, dallo spiccato accento romanaccio che ha scelto di fare Saulo  perché era cittadino romano

-       Per i bambini che comparivano  a cavallo di un manico di scopa con testa da cavallo bianco fatta di cartone
-       e ovviamente per Elisa, che è stata il mio braccio destro.

Andavamo tutti i giorni dalle 16.30 alle 18.30 alla fiumara a fare le prove. Lì c’è più spazio, i ragazzi del posto sono affezionati a quel punto di ritrovo e poi così, facendo le prove in un luogo più lontano dall’eremo, potevamo  fare una sorpresa alle suore.

La sorpresa invece l’ho avuta io. Un sabato sera la compagnia teatrale “Icone siamo noi” ha messo in scena  la rappresentazione  “Da Saulo a Paolo” presso l’eremo, davanti ai genitori, parenti amici e alle suore. Dopo la recita c’è stata una cena con tutti gli attori e spettatori, per i quali le suore avevano preparato tutto, ma la gente ha portato altrettanto e tutto fatto in casa e con le cose dell’orto.

Alla fine della cena Dilan ha portato il suo organetto e ha suonato fino a tarda notte. Abbiamo ballato (non ho mai visto mio figlio ballare e coinvolgere le persone a ballare come in quell’eremo).

 La mia sorpresa è stata questa.: la  recita era solo una scusa. E’ stata una piccola scusa, una piccola scintilla che ha acceso un grande fuoco (non quelli devastanti degli incendi in Calabria). Era come stare davanti a un grandissimo  falò! Chiunque lo scorgeva da lontano e  lo vedeva, lo sentiva,  poteva avvicinarsi, riscaldarsi, vedere meglio se stesso, vedere gli latri, conoscersi, abbracciarsi, darsi la mano, ballare insieme, ridere, mangiare, scaldarsi il suo panino...ognuno prendeva e vedeva  quello di cui  aveva bisogno in quel momento: come la manna piovuta dal cielo! Tutto questo era un cibo leggero e soave per il corpo, per la mente e per lo spirito. Penso che ognuno sia uscito da quella festa molto diverso.

Stare lì riuniti a fare festa, con suoni, canti, balli, cibo, colori, risate tutti raccolti in un eremo è stata una lode bellissima (più delle bellissime lodi e vespri che facevamo) che sicuramente è arrivata in cielo trapassando le nubi...anzi non c’era bisogno che arrivasse in cielo. DIO ERA LI’! Mai come in quel momento l’ho sentito dentro ognuno di noi. Non dico vicino, dico dentro! Dentro la mente, il cuore e soprattutto dentro le viscere. E tutto questo è successo in un posto sperduto della Calabria, dove il primo cassonetto della immondizia è a 7 chilometri, dove un lunedì sì e uno no passa un furgoncino a vendere miniconi gelato senza marca, il giovedì passa un altro furgoncino che vende detersivi, dove la gente l’estate compra solo latte perché per il resto ha l’orto e il pane lo fa a casa nel forno a legna, dove la gente, prima dell’arrivo delle suore, viveva come “lupi nelle tane” (come ha detto una signora del posto).

In quella festa erano presenti famiglie, anche parenti tra di loro, che non si parlavano più e  bambini che a scuola avevano cambiato classe per non frequentarsi più. “Quattro gatti in tutto che si litigano tra di loro“ come ha detto in dialetto un  ragazzo durante le prove della recita. Eppure è successo ed è bastato poco. In questo caso è bastata una persona al di sopra delle parti che dicesse: “Ci vediamo tutti i giorni dalle 16.30 alle 18.30 alla fiumara”. Per fare cosa non ha importanza.  Mezz’ora si facevano prove di “teatro”, mezz’ora di merenda e un'ora di gioco libero al campo di calcio, ai giochetti per bambini, al laghetto, sotto gli alberi a parlare. Poi si tornava a casa perché alle 19 c’erano i vespri.

Una persona laica, ospite delle suore, è una garanzia per i genitori che mandano i ragazzi delle contrade alla fiumara, perché  da una parte è fidata perché in qualche modo accreditata dalle suore, ma dall’altra non è direttamente coinvolta nell’eremo o  nella chiesa in genere (per quelli allergici alla chiesa) . Insomma sono scattate tante molle perché evidentemente i tempi erano maturi.

I ragazzi, anche se tra di loro avevano precedenti di litigi famigliari, si sono passati parola e venivano “alla scuola di teatro” (con il passaparola ormai era diventata una cosa seria). Le mamme si sono aperte e hanno lasciato libera la porta che prima sbarrata e hanno collaborato tanto nell’aprirsi e lasciare aprire i bambini, nel venire a riprendere i bambini alla fiumara con il trattore dopo una giornata di lavoro all’orto, nel farsi più di un’ora a piedi per accompagnare i figli, a piantare pali e mettere recinzioni intorno a un laghetto secondo loro pericoloso, a cucinare per la festa ...veramente un cuore di carne e non di pietra.!

Ah! dimenticavo..alla fine della festa (verso le 22.30 circa)una nonnetta (tutta piena di rughe che era da fotografare da quanto era bella e vera, sembrava uscita da non so dove ma soprattutto da altri tempi,) insieme a sua figlia e i suoi nipotini (attori del teatro), hanno detto: “Noi dobbiamo andare perché dobbiamo camminare molto prima di arrivare a casa. Allora un ospite di Campobasso si è offerto di accompagnarle con la sua macchina. Loro hanno accettato volentieri e, per il nostro amico di Campobasso, è iniziato un viaggio tra le stradine di montagna, in una notte buia senza luna con 4 persone fino ad allora sconosciute. Aveva una 4 ruote e a Campobasso abitava in campagna, quindi era abituato al “fuori strada” ma era sconvolto di come quella famigliola avesse fatto tutta quella “strada” per venire a quella festa di sera. Penso che ancora lo starà raccontando agli amici perché quando è tornato era sconvolto e ce ne ha parlato per il resto dei giorni che è stato lì.

Insomma tutto era partito dal fare amicizia e andare al mare insieme con i due gemelli che abitano vicino all’eremo e che. essendo poco più grandi di mio figlio hanno legato bene, poi il giro di amicizie si è allargato con gli altri ragazzi della contrada... Ora ci vorrebbe un pulmino per prenderli tutti, andare insieme alla fiumara a giocare insieme,  al mare, a visitare le bellezze della natura e i paesi vicino perché loro di solito non si muovono.

Anche  per raggiungere la scuola ci vuole un preciso atto di volontà e sacrificio giornaliero, da parte dei genitori e dei ragazzi.

Una ragazza di 10 anni mi ha detto che una volta  è stata a Polistena  ( circa 80 Km da lì ) perché lì è nata. Infatti la madre è andata lì per partorire perché c’è l’ospedale e lei quindi è stata a Polistena una volta e poi non è più andata da nessuna parte. Ora con la scuola andrà a Malta e si comprerà una valigia perché ne ha una sola del fratello, di quando è andato a fare il militare, e invece la maestra le ha detto che servono due valigie una per lei e una per il gemello perché staranno in due camere divise tra maschi e femmine.

Per quanto riguarda  la mia famiglia e la mia persona l’arricchimento è stato grande.

 - Mio marito lì è diventato un mito perché, lui che non è andato mai in piscina né a scuola di nuoto, è diventato il maestro di nuoto ufficiale per i ragazzi. Lo scorso anno ha dato 2 consigli ai gemelli e quest’anno sono diventati bravissimi e con orgoglio dicono che è stato Andrea ad insegnarglielo. Quest’anno a Dilan, che aveva paura di nuotare, ha detto che per fare bella figura  con le ragazze potrebbe essere utile saper nuotare. Lì è scattata un’altra molla. Il giorno dopo è venuto all’eremo un’ora prima dell’appuntamento, munito di ombrellone, asciugamano, panino e  acqua. Al mare la prima lezione è stata semplicemente di guardare gli altri che nuotavano e vedere se avessero qualcosa in più di lui che diceva di non poter nuotare. Appurato che non gli mancava niente e che la mamma aveva paura dell’acqua e non lui, la seconda lezione era di stare in piedi e mettere la testa sotto l’acqua . Superato l’effetto dell’acqua sulla faccia si è passato a fare il morto a galla e dopo 1 ora nuotava come tutti. Il giorno dopo è venuto all’eremo, sempre un’ora prima dell’appuntamento,  tutto attrezzato e questa volta, in spiaggia, ha comprato maschera e boccaglio. Ora nuota alla grande e va pure dove non tocca.

Quando sono tornata a Roma mi sono resa conto che, in quel periodo, mentre noi stavamo al mare con Dilan , i gemelli e gli altri....in televisione, mezzo mondo...seguiva i campionati mondiali di nuoto. Sinceramente sulla spiaggia di Caulonia- Roccella  penso di aver assistito ai più bei campionati di nuoto perché le vittorie sono state tante: il superamento della paura dell’acqua, il distacco dalle paure trasmesse dalle nostre mamme, farsi un bel pezzo di strada a piedi per arrivare all’eremo, lo scendere dalla montagna e buttarsi, lo stare insieme a persone sconosciute e di età diverse, mio marito che con una pazienza e calma enorme si confrontava nei suoi unici 15 giorni di ferie con ragazzi  fino ad allora sconosciuti....

- Mio figlio Angelo quando sta a Roma e sono finite le scuole si alza tardi, fa colazione, poi si sdraia e guarda la televisione. Quasi tutto il tempo. All’eremo invece sparecchia, apparecchia, asciuga i piatti, corre per i campi, fa amicizia, coinvolge persone, abbraccia le suore, viene in chiesa, si butta in acqua con la maschera dimenticando braccioli e quant’altro, ha imparato a  nuotare anche lui.

-  Mia figlia Francesca di 24 anni non è venuta all’eremo perché aveva ancora esami dell’università e perché ormai le vacanze le fa con i suoi amici. La nostra vacanza all’eremo di rimando ha  fatto bene anche a lei. A parte il fatto che penso  non vedesse l’ora di stare a casa da sola, ma vederci e sentirci felici e rilassati tutti e tre e  ricevere  sms in cui dicevamo di stare in Paradiso penso l’abbia interrogata molto.

.- Io mi sono riposata come non mai facendo addirittura il riposino pomeridiano che non faccio da quando ho i figli. L’organizzazione della cucina pranzi e cene (ottimi, abbondanti e con amore) la faceva suor Sandra  e la mitica Lory mamma di suor Rossana. Piccoli servizi come buttare l’immondizia, riempire le brocche alla fontana, sono veramente un piacere che ti arricchiscono e ti fanno entrare nella vita del posto.

Agli sms delle mie amiche rispondevo: “Sono in Paradiso: anzi meglio del paradiso. Qui  c’è anche il mare che nell’Eden non c’era”

Insomma ringrazio le suore per l’opportunità che ci  hanno dato di vivere in un eremo, in un “villaggio educativo” dal punto di vista umano, affettivo, morale, etico e religioso.

Durante l’anno cerco di dare dei valori ai miei figli e ai bambini della scuola dove lavoro ma sento che  spesso combatto contro i mulini a vento, che remo da una parte e la società, e a volte anche la scuola, rema da un’altra. Ho questa netta sensazione ogni volta che mentre preparo da mangiare, stiro, pulisco, mi dedico alla casa e alla famiglia, mio figlio annoiato guarda la televisione magari programmi poco educativi. Insomma, cerco di dare dei messaggi, ma poi intorno mi sento isolata. Nell’eremo invece trovo risonanza, appoggio, forza, energia per andare avanti, ricrearmi, vedere dei frutti, confrontarmi con altri senza formalità, maschere e filtri...senza mente ma con il cuore e le viscere. Trovo il villaggio che cerco che mi serve per educare i miei figli come nel proverbio africano che dice: “Per educare un bambini c’è bisogno di un intero villaggio”

Ciò vale anche per quelle tante famiglie delle contrade calabresi che educano i propri figli con profondi valori morali, ma che poi purtroppo non hanno la possibilità di essere aiutate dall’ambiente esterno. Nella contrada di Crochi invece tutto ciò è possibile.

Comunque quello che mi è rimasto nel cuore è il viso trasfigurato di gioia e serenità di suor Carmelita quando ha fatto la predica in una contrada dell'entroterra, a Pietra, il lungo viaggio per arrivarci, il passaggio sulla fiumara e lo sguardo di suor Sandra quando raccontavo il mio sogno in cui l’asilo nido dove lavoro mi stava stretto. Suor Sandra è terribile, è sempre affaccendata qua e là, ma è sempre presente e attenta a quello che uno dice. Si ferma, ascolta,  è concentrata con il corpo, con la mente e con il cuore, assimila ciò che dice, sorride e i suoi occhi si illuminano. Anche se non dice niente, dice tutto. Tutte le suore comunque sono bravissime nel tirare fuori la gioia che le abita.

Tra poco tornerò a lavorare e quando le mie colleghe sapranno che in vacanza ho fatto una sorta di centri ricreativi estivi mi prenderanno per matta.