Il Vescovo e il monaco
Una testimonianza
Mons. GianCarlo Bregantini
Da Il Deserto e la Terra. L'esperienza monastica nella chiesa locale, Verona 2007, pp.57-82.
Io ringrazio tantissimo del cortese invito che mi avete fatto di contribuire alla preziosa riflessione in atto. La mia è un'esperienza limitata alla mia Chiesa locale e quindi custoditela nel cuore come una testimonianza, non come una soluzione alle grandi domande sollevate. Però, nella loro realtà, ciò che vi dirò ha la freschezza di una cosa che sento vera ed è per questo che ho accettato di venire a dare un sigillo di esperienza a quanto voi fate, innanzitutto congratulandomi della bellezza del luogo dove siete, che è anche questo uno dei segni di Dio tra di noi; grato di vedere queste esperienze di vita monastica rinnovata.
Contemporaneamente vi porto un'esperienza bella fatta fino a ieri sera a Castelgandolfo con il Movimento dei Focolari e in parte sarà uno dei punti su cui parlerò, quello del rapporto tra vita monastica e movimenti, perché è una delle cose che, a mio giudizio, vanno viste oggi dentro la realtà della Chiesa locale.
Fatta questa premessa, vorrei iniziare con due brevi pensieri.
Il
primo, partendo dal Vangelo di stamattina: mi piace leggere i tre
modi diversi di avvicinarsi a Gesù,
quando Lui appare dopo una notte
di nulla. Si presenta
sulla riva, ma i discepoli non si accorgono che è Gesù su.
Allora la sua domanda: «Non avete nulla da mangiare?» «No!», gli
rispondono in modo molto secco. Lui rilancia la proposta: «Gettate
la rete dall'altra parte e troverete». La gettano e non possono più
tirarla su per l'abbondanza dei pesci.
Allora ecco i tre modi di vedere chi è questo personaggio, che sono
un po' i modi con cui
C'è
innanzitutto Giovanni che intuisce per primo. «È il Signore!» E
credo che questa sia la grande bellezza della vita vostra: il
monaco è colui che ha gli occhi profondi, ha gli occhi lucidi.
C'è
Pietro che si lancia in mare, poi si sistema, si mette a posto (noi
avremmo fatto il contrario...) e con la sua generosità arriva per
primo. E poi c'è la barca con gli altri cinque discepoli che
arrivano, che rappresenta un po' la comunità,
Da
questo racconto traggo una prima indicazione: la legge della
complementarietà deve essere la prima legge nella Chiesa.
Da
Vescovo mi accorgo che se un prete, una comunità, impara questa
legge, ha risolto metà dei propri problemi. La complementarietà
indica da una parte l'identità di ciascuno e dall'altra il bisogno
dell'altro. Per esempio: parrocchia e santuario. Anche qui, se non
c'è l'esperienza della complementarietà nascono sempre tensioni;
parrocchie/movimenti; parrocchie/luoghi di spiritualità.
Il
discorso della complementarietà è decisivo: questa è la prima grande
legge. La velocità è diversa. La velocità di incontro con Cristo è
diversa.
In
questo senso la seconda legge, che abbiamo imparato anche nel
raccordo con il laicato, è la legge della primizia. È una
parola bellissima della Bibbia che mi ha sempre aiutato a risolvere
tanti problemi pastorali. La primizia è la legge della natura dove i
tempi sono scanditi in ritmi diversi, ma verso l'unica meta. Tutti
maturano, tutti sono chiamati a maturare, ma i ritmi di maturazione
non sono mai uguali. La primizia però è diversa dall'elite, e noi lo
sottolineiamo tantissimo. L'elite dice: «Che bravi che siamo! Siamo
veramente a posto». L'elite fa il club. I perfetti tendono sempre a
separarsi, a dire: «Noi siamo migliori degli altri. Non abbiamo
nessuna voglia di mescolarci con gli altri, non ci interessa il
cammino degli altri». Capite che dietro l'elite c'è un concetto di
perfezione vera ma autonomistica o addirittura contrapposta. La
primizia invece mantiene alta la qualità perché la salva; non vede
la qualità in termini di esclusività, la vede in termini di
raccordo: «Io anticipo che la mia gioia non è quella di arrivare io,
ma di far arrivare tutti». Nello stesso tempo però tu devi essere
autenticamente primizia, non per la gioia di essere tu solo, ma
perché arrivando tu anticipi e dici a tutti: «Tutti siamo chiamati a
diventare come la primizia». Quindi la gioia della primizia è il
massimo della qualità e il massimo della fraternità. Ed è qui che si
spiega la vita religiosa e si spiega in termini estremamente aperti
e propositivi. Ci sono sempre alcune cose che maturano prima (le
prime mele oppure le prime arance), però sempre nella logica del far
maturare tutti. In questo senso nella Bibbia c'è il bellissimo inno
della Lettera ai Colossesi (che recitiamo nei Vespri del mercoledì)
che mi appassiona sempre: «Tutte le cose sono state create per mezzo
di Lui. Egli è prima di tutte le cose. Tutte le cose sussistono in
Lui...E il capo del corpo...è il principio...il primogenito...per
ottenere il primato.» La stessa radice per quattro parole
intrecciate
insieme: primizia, principio, primogenito, primato. Queste parole
sono intrecciate insieme e formano un'unica grande esperienza di
raccordo per cui la perfezione va conseguita con precisione, con
qualità, anche con quella riservatezza che un tempo - forse anche
adesso - i monasteri hanno e che si chiama «clausura». Questa
separazione diventa il gioco della primizia. Quindi la primizia
mantiene la qualità ma la mette in relazione alla totalità. E questa
relazione tra primizia e totalità è oggi la bellezza, per esempio,
del laicato. Il problema della Chiesa locale non è tanto il Vescovo
ma sono le parrocchie, il laicato, il raccordo...Del resto i
movimenti hanno lo stesso gioco perché anch'essi vanno visti così.
Oppure i laici più maturi, più consapevoli. Guai se ci si pone nella
logica dell'elite! E facilissimo però cadere nella logica
dell'elite! Una volta raggiunto un cammino, tu ti confronti sempre
con i migliori, guardi sempre avanti e dimentichi di confrontarti
col passo degli altri. E qui sta la grande fatica della vita
monastica di ogni tempo, basta leggere un po' la storia....Io ho
fatto Storia della Chiesa alla Gregoriana e un po' abbiamo lavorato
su queste tematiche.
1. La realtà monastica in
Calabria
Ora
vorrei parlarvi della realtà nella quale vivo.
Anche se non tutti sono d'accordo, noi distinguiamo tra spiritualità
popolare e religiosità popolare, legando il termine «spiritualità»
alla realtà bizantina, greco-bizantina, e la parola «religiosità» a
quella spagnola. La spiritualità bizantina è stata intessuta di
spiritualità monastica e ancora oggi i grandi luoghi di spiritualità
sono frutto di questa presenza.
Nella nostra diocesi, per esempio, abbiamo tre luoghi di
spiritualità bizantina: il primo di questi è San Giovanni Theristis,
recuperato dalla comunità di Bivongi, dove c'è un monaco dell'Athos
da 10 anni (è arrivato nel '95) e questa presenza è molto ricca
anche se non sempre è facile gestirla.
In
una trasmissione televisiva, l'anno scorso, questo monaco ebbe a
dire: «Sono venuto con le idee classiche di un monaco dell'Athos nei
confronti della Chiesa, del Vescovo e del Papa. Torno con le idee
completamente diverse perché questa Chiesa mi ha fatto cambiare idea
sulla Chiesa, sul Vescovo e sul Papa». L'innesto con una realtà
semplice, povera qual è la nostra e insieme con la grande armonia
che ha caratterizzato le nostre reciproche relazioni, gli ha fatto
cambiare idea, cioè sono cadute le prevenzioni classiche che ha un
monaco dell'Athos e questa è stata per noi la più grande gioia.
Giovanni Theristis è nato a Palermo, perché la sua mamma è stata
rapita da una banda di saraceni, ed è stata portata come schiava da
Stilo, dalla Calabria, nell'harem del sultano di Palermo.
Lì la mamma, pur dovendosi
adattare alla situazione, ha conservato in maniera gelosissima un
piccolo crocifisso e ha educato alla vita cristiana il suo
figlioletto. Quando questi è cresciuto - aveva 17-18 anni - lo ha
costretto a fuggire facendolo salire su una nave che tornava in
Calabria e gli ha dato, come segno di riconoscimento, questo
crocifìsso che lei gelosamente aveva custodito. Quando il ragazzo è
arrivato a Stilo, dopo un lungo viaggio abbastanza periglioso,
vestito da arabo, volevano arrestarlo e punirlo. Allora lui ha
mostrato il suo crocifisso e ha manifestato le sue parentele. È
stato accolto nella comunità, ha ricevuto il battesimo e pian piano
si è innamorato della vita di alcuni monaci che vivevano nelle
grotte sopra Stilo, grotte che avevano e che hanno ancora oggi come
punto di riferimento una chiesetta che si chiama «
Questo giovane è entrato nel monastero ed è vissuto con grande
fedeltà.
All'inizio però, per metterlo alla prova, l'hanno tenuto tre giorni
fuori dalla porta per vedere se era realmente intenzionato. Di lui
si racconta un episodio molto simpatico: un giorno di giugno,
passando per i campi, si è imbattuto in un gruppo di persone che
lavorava a raccogliere il grano, ma sullo sfondo stava arrivando un
temporale pericolosissimo e c'era il rischio che questo temporale
distruggesse il lavoro di un anno. Giovanni li ha invitati a
pregare, si è messo a pregare anche lui e quando ha alzato la testa
si è accorto che tutto era stato già raccolto miracolosamente in
covoni. Lui è intervenuto, ha dato coraggio ai mietitori e insieme
hanno potuto salvare il raccolto. Infatti è raffigurato con la falce
in mano e rappresenta il lavoro dei contadini, il lavoro della
gente.
E
molto interessante questo legame tra mondo mo-nastico e mondo
agricolo, che è sempre esistito.
Altri due santi che noi abbiamo sono san Nicodemo nell'eremo a lui
dedicato, dove è tornato un eremita di cui vi parlerò — e san Leo -
nel cuore dell'Aspromonte, dove è difficilissimo arrivare anche a
piedi - che viveva incidendo i grandi alberi dell'Aspromonte (non
sono abeti, ma sono pini e al sud, data la temperatura, i pini
diventano altissimi e particolarmente resistenti tanto che furono
usati nelle basiliche romane, che sono molto grandi e che avevano
bisogno di lunghe travi). San Leo li incideva, faceva venir giù la
resina con la quale faceva delle palle che servivano come candele
profumatissime. Allora per illuminare le case, si usavano gli
avanzi dell'olio di oliva, la cosiddetta «sansa», che ha un odore
cattivo, mentre le candele profumate erano ricercatissime. Lui, dice
la tradizione, faceva queste candele, poi scendeva in città,
soprattutto Reggio e Messina, le vendeva e dava il ricavato in dono
ai poveri. La leggenda dice che cambiava la pece in pane.
Vi
ho raccontato queste cose per farvi capire le immagini di
riferimento che oggi le nuove realtà monastiche hanno, semplici ma
efficacissime, e composte di tre elementi:
- un forte legame alla terra,
con tutto quello che c'è di fatica, di impegno, di lavoro;
- la
massima valorizzazione delle risorse locali, che diventa anche una
risposta per i problemi sociali della Calabria;
- la
capacità di ritrovare legami con la grande spiritualità bizantina,
che li ha sempre animati tutti..
C'è
un libro di Nicola Ferrante che raccoglie le biografie di tutti
questi 85-90 santi di questo periodo. Io ve ne ho raccontate solo
alcune, ma pensate che ogni monastero viveva a pochi passi dal
paese, tanto quanto bastava per non essere disturbato. Non era il
monastero di tipo benedettino, bensì di tipo basiliano. Tra Serra
San Bruno e Bivongi c'è proprio questa differenza: mentre per
entrare a Serra San Bruno bisogna proprio che uno sia Vescovo e che
si sia prenotato prima (e adesso hanno ristretto ancor di più, con
tanto di cerchia muraria... neanche per confessare accettano le
persone, neanche i preti!), e questa è l'impronta benedettina più
austera, l'impronta basiliana prevedeva la distanza dal paese ma non
l'isolamento.
Queste nostre realtà monastiche che sono rinate guardano a Basilio,
non a Benedetto, proprio perché lo ritengono più vicino alla
mentalità calabrese, più legato al sud Italia, che è una
spiritualità di grande cordialità, di grande immediatezza, da come
guardi a come stringi la mano; c'è un linguaggio non solo in ciò che
dici, ma nel modo in cui lo dici, nel tono, nel modo in cui guardi
le persone...
La
realtà basiliana ha colto di più questa dimensione. Essa è molto
legata alla Chiesa locale, proprio perché è fatta, nella stessa
regola, da un vescovo, Basilio, e Basilio ha sempre legato la sua
dimensione di Vescovo con l'essere monaco. La sua stessa famiglia ha
questa dimensione.
Sarebbe interessante confrontare che influsso può avere la
spiritualità basiliana sul monachesimo oggi riscoperto, perché
secondo me permetterebbe alle vostre piccole comunità di cogliere
certe preziosità che il monachesimo tradizionale ha pensato più per
monasteri rigidi, grandi, con le mura attorno, molto difesi. La
realtà basiliana è molto flessibile, si adatta molto meglio di
quella benedettina per la dimensione che state cercando voi.
Ovviamente non per mettere in contrapposizione, ma anche qui nella
regola della complementarietà.
La
realtà del sud, in un mondo bizantino che non aveva bisogno di
difendersi, ha sempre mantenuto un legame positivo col territorio,
non conflittuale né di difesa. Torri di difesa, mura...non sono mai
esistiti. E anche una fragilità però. Per esempio, di tutti questi
80 santi oggi si conservano pochissime cose proprio perché la non
necessità di creare cose grandi, solide, li ha resi anche fragili
lungo il cammino del tempo e questo da vantaggi e svantaggi.
La
stessa cosa un po' per voi. Siete più flessibili, ma siete anche più
fragili.
2. Presenze monastiche in
diocesi
Abbiamo Bivongi, con la realtà greco-ortodossa. C'è un monaco - ogni
tanto se ne aggiungono due - legato all'Athos,. Questa realtà è
positiva, anche se ogni tanto si impone la necessità di
chiarificazione.
C'è
poi la realtà di San Nicodemo, nel cuore della Diocesi, a cavallo
tra la montagna e due mari (si guardano contemporaneamente il mar
Tirreno da una parte e il mar Ionio dall'altra). Lì c'è un eremita
che ha aperto la strada in Diocesi. E legatissimo a Serra San Bruno,
praticamente ha quasi lo stesso abito, segue più o meno lo stesso
orario di preghiera, anche con una preghiera notturna di un'ora e
mezza-due. Vive da solo con grande coraggio perché è in un luogo
molto difficile, ventoso, freddo.
È
veramente bravo! Si chiama Ernesto, ed è un prete diocesano che ha
vissuto un'esperienza di parroco sempre molto più avanzata rispetto
alle altre realtà parrocchiali, che fan fatica a capire certe cose.
Pochi mesi dopo che io sono arrivato in Diocesi mi ha chiesto di
iniziare questa esperienza e continuamente si verifica - e questo è
molto bello - con la comunità di Serra San Bruno. In diversi periodi
dell'anno sta con loro, una settimana, 10 giorni, e lo accolgono
volentierissimo, lo sentono un monaco che non vive con loro, ma vive
a un po' di distanza ed è praticamente come se fosse un terziario
certosino.
Ed
esiste poi una piccola comunità femminile di tre religiose (due
professe e una novizia) che sono uscite da una congregazione di
suore molto tradizionali e hanno scelto di avviare una nuova
esperienza. Inizialmente si erano messe in un luogo vicino al mare,
a Riace, poi hanno scelto un luogo all'interno: per che motivo?
In
Calabria, come credo un po' dappertutto, c'è il fenomeno dello
spopolamento dei paesi interni, a vantaggio dei paesi della marina.
Queste religiose hanno capito questo e hanno detto: «Facciamo la
cosa contraria come nel Medioevo hanno fatto i monaci». Hanno preso
una casetta vicino ad un santuario (si chiama «Eremo delle Querce»
perché ci sono intorno alcune grandi querce) in una sperduta
periferia di Caulonia, a Crochi.
Tante cose sull'esperienza del monachesimo basiliano me le hanno insegnate loro.
Fanno riferimento a Subiaco ed è bello anche questo, che cioè nessuna comunità nasce dal nulla, ma c'è sempre un riferimento ad una comunità più matura che ha iniziato prima, con cui verificarsi, con cui confrontarsi...
Anche loro vivono del loro lavoro, visitano le famiglie attorno.
Poi c'è sant'Barione con il dono che ci avete fatto di Frédérìc, il quale è arrivato nell'aprile di tre anni fa. Io l'ho accolto anche perché legato alla figura di don Gianni Mazzillo, il padre spirituale che l'ha accompagnato e gli ho affidato un luogo molto bello, suggestivo, su un promontorio vicino ad un fiume.
Ai piedi di Gerace c'è una chiesetta che già nel nome dice l'origine spagnola: Monserrato.
Nei
pressi di questa chiesetta che guarda la vallata che c'è sotto,
verso Locri, a
Proprio per questo sguardo al mare, il loro carisma, maturato un po' alla volta, è soprattutto in dimensione ecumenica. Si sono chiamate «Piccola famiglia dell'unità», anche se il nome è ancora da definire perché siamo ancora in una fase embrionale.
Gerace è sempre stata una Chiesa e una città ponte fra Oriente ed Occidente. Hanno parlato greco fino al 1480, quindi hanno subito praticamente mille anni di influsso bizantino. Nella chiesa si è parlato 500 anni greco e 500 anni latino e sotto l'altare abbiamo scritto sia in latino che in greco la preghiera di Gesù: «Che siano una cosa sola.»
E la ragione per cui questa piccola comunità monastica vive della spiritualità bizantina e lo sguardo al mare è l'augurio che questo mare non sia più il mare della separazione ma il mare dell'unità. Questa attenzione è rivolta anche al mondo islamico.
Una
delle sorelle è molto brava nel proporre la lectio
divina.
Pensate che sono tre anni che lei predica alle
suore della Diocesi e tiene
diversi corsi di esercizi ed è
un dono grandissimo per me. Il
fatto stesso che le suore
da tre anni chiedano a lei di animare il ritiro mensile, è
un segno della sua incisività e in effetti, quando
parla, è molto brava. Ha fatto i
ritiri al clero quest'anno sulla Prima lettera di Pietro e sono
rimasti contentissimi
anche perché non «li liscia» mica, eh? ! Non che li
rimproveri, ma fa capire chiara
Poi abbiamo, come sigillo, da due mesi, le suore carmelitane che vengono da Crotone.
Quattro sono venute dal 12 febbraio a Gerace e hanno preso una casa in un luogo molto silenzioso della città, una casa antica, molto suggestiva, in attesa di restaurare un convento di cappuccini nella Piana di Gerace, un luogo dimenticato, mezzo abbandonato per tante vicende e quando le ho accompagnate io mi vergognavo dal rossore perché non era affatto dignitoso e loro nel vedere quel luogo hanno detto una frase che ci ha conquistati: «Qui dobbiamo venire, perché qui ci sentiamo attese». E l'innesto di un'esperienza antica con un'esperienza nuova.
Una suora che ha vissuto un'esperienza molto intensa di carità, ha chiesto di viverla in una zona difficilissima della nostra Diocesi. E la suora che ha vissuto con padre Pino Puglisi, suor Carolina.
Lei è stata la prima ad accorrere dopo l'uccisione di questo prete quando tutte le finestre si stavano chiudendo in quel terribile 15 settembre del '93.
Siccome io la conoscevo già da Crotone, le ho affidato la zona di San Luca, con gli adolescenti.
Non entra nelle realtà monastiche questa qui, però fa parte di quelle esperienze di rinascita della vita religiosa più densa, a contatto con i poveri, più drammatica.
Due parole ancora, perdonate, non vorrei tediarvi. Mia madre dice che sono un chiacchierone, ma mi piace raccontare non per edificare me, bensì per far vedere la ricchezza, con cui Dio sta costruendo proprio là dove sono tante le lacrime.
Da tempi antichissimi c'è un luogo monastico a Polsi, proprio nel cuore di questa montagna.
L'Aspromonte non ha case, non ha paesi, non è come le Dolomiti, non c'è niente. L'Aspromonte è solo selvaggio, ma selvaggio nel senso più autentico del termine, intatto, è una bellezza primigenia, suggestiva.
Questa realtà nel cuore dell'Aspromonte è nata forse nell'epoca in cui i monaci venivano esuli dall'Oriente durante la lotta iconoclasta nel 720-730 fino al famoso Concilio di Nicea II che ha approvato finalmente la legittimità della venerazione delle icone (787) e quindi questa esperienza ha dato a questa realtà una dimensione tutta particolare.
Ora
c'è un importante santuario legato a due tematiche:
la croce e
Una realtà che ha un riferimento
indiretto ma efficace è una comunità di vita fatta di laici che si intrecciano
con questa costellazione che vi ho raccontato. Si
chiama «Comunità di Liberazione»
e vive a Gioiosa. E costituita da una coppia con due bambini,
due ragazzi in
carrozzella - un ragazzo e una ragazza -, due ragazze
che vivono lì insieme, ed è un po' quello che ho
visto stamattina nella
preghiera, cioè questa realtà maschile e femminile insieme, una
coppia... Il parroco del paese, don Giuseppe, li ha iniziati
e adesso sono per noi il polmone
pulsante della Pastorale del lavoro, del
Rut
è l'emblema della ragazza che non si rassegna alla sua storia di dolore, ma aiuta addirittura Noemi, la
suocera, a tornare con lei. E
Goel è l'immagine di Booz
che prende a cuore la storia di Rut e diventa l'immagine
del legame, della solidarietà,
della speranza, una solidarietà non soltanto affettiva,
ma effettiva, anche socioeconomica. Pensate che il progetto Goel è un consorzio
che lega insieme 12 cooperative.
La nostra forza in questo
momento (lo si è visto anche di fronte ai danni operati
dalla mafia su un'azienda legata ad una cooperativa)
è stata quella di avere un consorzio che mette insieme
le cooperative perché altrimenti la sola cooperativa
crolla facilmente. I consorzi
invece sono la nostra forza
perché poi sono collegatissimi
con il consorzio di Milano,
quello di Trento, con
La cosa bella che vedo è questa: che queste esperienze
monastiche si legano tantissimo con questa
esperienza laicale, anzi una da
all'altra. La realtà monastica da la spiritualità e difatti
loro hanno lanciato la proposta
di una preghiera proprio per le vocazioni laicali, non solo per le vocazioni religiose. Questa interconnessione
è il vero legame con
Ora
voglio dirvi ancora qualcosa che divido così: quello che le comunità
monastiche danno alla Chiesa
locale e quello che
3. I doni delle comunità monastiche alla Chiesa locale
Comincio con i doni che voi fate alla Chiesa locale, secondo la mia esperienza.
Prima di tutto, quella che io chiamo «la passione per il ciclo» e cioè lo sguardo alle cose ultime della vita, alla dimensione escatologica, che non è solo la realtà finale, ma è la realtà che va oltre il presente, abituando l'uomo d'oggi a guardare in alto. Da buon trentino direi le vette, le cime. A non misurare mai il presente da questa pianura, senza nulla togliere alla bellezza del luogo. Io credo che voi dobbiate essere un po' la vetta, con il fascino dell'eroismo, con un no alla mediocrità, con qualcosa che va oltre il presente.
Salendo verso Gerace c'è scritto in latino, su due balconi, una frase, incisa sulla pietra: su un balcone c'è scritto «Novissima considera», sull'altro «ut videas bona» che significa: «Pensa ai novissimi (cioè alle cose grandi della vita, alle cose ultime della vita) perché tu possa vedere il bene».
E quindi questa sintesi efficacissima: lo sguardo al ciclo non serve a perdersi nel ciclo, ma serve a dare alla terra la bellezza del ciclo.
Io amo un poeta che scrive: «Senza il cielo la terra è fango, ma con il cielo la terra è giardino.» E credo che voi abbiate il compito di dare alle Chiese locali, oggi soprattutto, nel mondo tecnologizzato, stressato, la passione per il ciclo, per le cose alte, eroiche, che vaneno al di là del visibile. Un segno ne è il canto, anche stamattina...
La cosa che colpisce di più chi entra nelle vostre piccole chiese credo che sia la cura per le cose e la bellezza nella semplicità del canto.
Il canto conquista tantissimo e ti fa alzare gli occhi al ciclo.
Il
secondo dono che
In
questo senso io devo ringraziare le comunità di
cui vi ho parlato prima.
Noi
ogni anno facciamo un sussidio per i centri familiari di ascolto di
tutta
Il
martedì sera abbiamo chiesto ai sacerdoti di non celebrare
Capite che la correlazione tra Chiesa Diocesana e realtà monastica si verifica soprattutto attorno alla Parola e voi siete gli specialisti di questo, non esclusivi, nella logica della primizia.
Terzo punto: siete, e non dimenticatelo mai, sorgente di speranza, in relazione alla famosa frase di Pietro quando scrive: «Non sgomentatevi per paura, ma adorate il Signore Gesù Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza, rispetto e retta coscienza». (1Pt 3, 15-16)
Vi vorrei leggere ora una lettera che un ragazzo della Locride ha scritto ad un'amica.
Noi abbiamo creato un sito dopo le manifestazioni di autunno dei ragazzi della Locride, in seguito all'uccisione dell'on. Fortugno.
La lettera è molto bella, elencando tutto quello che è avvenuto.
Un
ragazzo ha risposto e ha scritto: «Grazie a voi ragazzi di
Locri per ciò che fate. Ci state insegnando che nessuno potrà
fermare la nostra speranza, a non
avere paura, a non condividere atteggiamenti di indifferenza
e disfattismo. Ma quando leggo questa frase mi
salgono i brividi lungo la
schiena e mi si agghiaccia il sangue, non so come...ma cosa
abbiamo fatto di così grande e
di così eroico? Sai - aggiunge - senza renderci conto più di
tanto abbiamo liberato e fatto brillare la speranza che custodivamo
gelosamente in noi. Una volta tanto l'abbiamo fatta sentire a tutti.
E come ci siamo sentiti!».
Poi lungo i mesi (la fatica è proprio questa) sono tornate le minacce e il ragazzo parla anche dei danni a cui abbiamo accennato prima. Poi dice: «Mi viene da chiedere: come far sì che la nostra speranza non si spenga come uno stoppino al primo soffio di vento? Sai, a volte mi sento fragile. E come se venisse a mancarmi la terra da sotto i piedi. Esiste secondo te una riserva della speranza? Esiste? O non è un po' come il coraggio la speranza... uno non se la può mica dare da solo?»
È interessante questa domanda: esiste una riserva della speranza? Io credo che questa sia la risorsa più grande che devono trovare in voi. Le comunità monastiche devono essere questa riserva della speranza e ciò può essere fatto attraverso tre modalità:
- una grande intercessione, affettuosa, costante, fedele;
- un attento ascolto alla gente che bussa;
- la capacità di un dono grandissimo - che io vi auguro - che è la consolazione. È il dono, forse tra i più belli, che può avere un monaco o una monaca.
Quarto punto: voi potete dare alla Chiesa locale la preziosità dei piccoli.
Già
in comunità voi scoprite come le fragilità non
vanno tagliate, non vanno
isolate, non vanno tanto meno
escluse, ma vanno accolte, accompagnate, sostenute: la fragilità della malattia, della vecchiaia, della crisi,
della ricerca di Dio con
angoscia, della ricerca di senso. È un po' come la pietra
scartata dai costruttori, di cui parlava oggi
Il terzo ambito, dopo quello della vita affettiva, quello del lavoro e della festa, è proprio la fragilità, accanto alla tradizione e alla cittadinanza. Ecco, la parola «fragilità» penso che oggi sia una delle cose più grandi.
Che Dio vi aiuti a curare, ad accompagnare, a sostenere le fragilità per farne forza, trasformando la fragilità in forza dentro la comunità e a chi bussa alla vostra casa.
Un
altro elemento importantissimo è la spiritualità di comunione
che il Papa anche nell'enciclica Nova
millennio ineunte
raccomanda a tutta
Pensate, come vi dicevo, alle terre d'Oriente e d'Occidente. Ma pensate cosa vuoi dire oggi il dialogo con le parrocchie, con i movimenti e l'accompagnamento delle persone che bussano da voi, al perdono.
Il perdono è un frutto grandissimo e da sempre il mondo monastico ha vissuto di questo.
Io cito spessissimo la figura di fra' Cristoforo. Nel giovedì santo dicevo ai miei preti che le insidie, le prove della nostra terra ci possono rendere o come don Abbondio (paura, compromesso, gioco al ribasso), oppure come fra' Cristoforo, come - grazie a Dio - vedo che sono già. Fra' Cristoforo porta Renzo a perdonare, lui che ha vissuto, il pane del perdono. Ed è un bellissimo itinerario quello di fra' Cristoforo. Credo che sia l'itinerario di chi, ferito nella vita, sa guarire le proprie ferite e aiuta gli altri a guarire le loro. Fra' Cristoforo è una delle figure alla quale io guardo perché I promessi sposi, letti alla luce della Locride, sono particolarmente veri: don Rodrigo lo troviamo tutti i giorni, come i bravi; ma c'è anche Lucia che converte l'Innominato. Non lo converte la forza, ma lo converte la fragilità di una ragazza, la quale dice: «Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia». Questa è la frase che converte l'Innominato detta da una ragazza fragile che era in fondo alla mercé di quest'uomo. Ed è bellissimo questo, no?
La
fragilità che converte la potenza, l'apparente potenza che anche il simbolo della fragilità di
oggi, anche della realtà della Chiesa, della vita monastica. Non
sarà la nostra
forza esterna a cambiare la mafia, ma la nostra
fermezza, come fra' Cristoforo, unita alla fede della
ragazza fragile come Lucia. Poi se volete, sullo sfondo,
quest'uomo la mattina si alza e sente tutte le campane sotto il suo
castello che suonano. Chi stava arrivando?
E infine, il dono più bello e visibile è la terra che diventa giardino.
C'è
una parola che uso tantissimo in Calabria, tanto
che è utilizzata un po' da tutti, e ne sono contento: «Dio ha fatto
La bellezza nei monasteri la si coglie
subito ed è una
bellezza interiore che poi si trasferisce esteriormente. Uno dei
luoghi belli, forse più belli della Calabria, è
Serra San Bruno. Perché? Perché
da 900 anni i monaci hanno trasferito la loro bellezza
interiore alla bellezza esterna del paesaggio. E la contaminazione
positiva: cioè, il bene interiore diventa un dono che si fa a tutti
e io l'ho messo al vertice perché ritengo che la parola «giardino»
ci sia in tutta
È vero che l'uomo viene escluso dal giardino, ma il giardino gli resta dentro e tutta la vita dell'uomo è un cercare di rientrare in questo giardino, in una terra dove scorre latte e miele. Pensate al Cantico dei Cantici, pensate a Isaia 61-62, «...la tua terra avrà uno sposo, come un giardino...»; Gesù muore e viene sepolto in un giardino; in un giardino Maria di Magdala incontra Cristo e l'Apocalisse finisce nel giardino finale dove la sposa passeggia. D'altra parte la controprova qual è? I paesi di mafia sono bruttissimi perché il brutto interiore si trasferisce nel brutto esteriore: trascurati, disordinati, sporchi, vandalici....
Ecco perché, alla luce di questo lungo discorso, è ancora più preziosa la realtà monastica in Calabria, perché per rifare ciò che la mafia distrugge non è che occorrono i carabinieri (temporaneamente occorreranno anche quelli), ma occorre soprattutto la ricostruzione etica, spirituale, culturale, che nasce dalla spiritualità soprattutto di questi centri che sono i luoghi monastici.
4. I doni della Chiesa locale alle comunità monastiche
E
ora, se avete ancora un minuto di tempo, vi dico quello che
Non si tratta di aggiungere, ma si tratta di fare più bello, nella linea della complementarietà.
- Prima di tutto, una Chiesa, una Diocesi vi darà sempre il dramma delle ferite della terra: ferite spirituali, etiche, morali, culturali, sociali. Ogni zona del Trentino è bella da una parte e drammatica dall'altra, senza più riferimenti, con sempre più problemi che nascono.
Io
sono religioso stimmatino, una congregazione nata a Verona durante
Le ferite sono il luogo attraverso il quale passa lo Spirito Santo. Tommaso è l'uomo che nelle ferite vede le feritoie. Perché nelle ferite si può continuare a vedere solo le ferite, ed è il dramma del presente: pensate alla depressione, pensate ai problemi di oggi.
Trasformare le ferite in feritoie è la
gioia più grande
personale ed ecclesiale che uno può provare. Allora
qual è il senso?
La parola «trasformazione» è preziosissima per il mondo d'oggi perché non butta via nulla, neanche il male. Il male Dio non lo butta via, né lo taglia, ma lo trasforma in bene. Solo Dio può fare questo; neanche il buon eroe antico, mitologico, faceva questa cosa. Gli eroi antichi come Ercole distruggevano il male, non lo trasformavano. Solo la croce trasforma il male in bene.
- Secondo punto: la vostra sobrietà di vita aiuta anche noi a viverla in relazione al territorio.
La parola «sobrietà» è più moderna della parola «povertà», non perché la parola «povertà» non vada bene, resta intatta nella sua bellezza, ma come la misuri tu la povertà? Come si fa a sapere la misura evangelica della povertà? Se tu prendi il permesso del superiore, hai una realtà oggettiva, perfetta sul piano legale, ma non hai la dimensione concreta di relazione al territorio, per cui la stessa cosa può essere ovvia in un ambiente e non esserlo in un altro. Per esempio, le suore di Madre Teresa fanno la doccia raramente perché dicono: «L'acqua è un bene prezioso che non tutti hanno». Noi ce l'abbiamo a disposizione e facciamo la doccia quando vogliamo, anche unadue volte al giorno. Le suore di Madre Teresa dicono: «Sì, noi lo potremmo fare, non è che ci manchi l'acqua. Non è che vogliamo restare sporche. L'acqua c'è, però ci sono popoli nel mondo, e sono la maggioranza, che non hanno la disponibilità d'acqua che abbiamo noi».
Capite il senso? Allora nasce un nuovo criterio di povertà che non è
relazionato al permesso, al criterio giuridico, ma è relazionato al
contesto, a un contesto che vedi e ad un contesto anche che non vedi
ma che senti ugualmente tuo e, anche se attorno a te l'acqua
c'è in abbondanza, la usi
con parsimonia perché non c'è in
altri luoghi.
Ecco perché la prima cosa che le Missionarie della carità fecero a New York, quando il cardinale preparò la loro casa con i criteri di una comunità tipica d'America, fu quella di buttare via tutte le comodità che ogni comunità normalmente ha, dicendo: «La nostra relazionalità non è legata al criterio medio, ma al criterio dei più fragili, dei più piccoli».
Guardate che è interessantissimo questo criterio, perché non ti fa mai mai ritenere a posto.
Ecco che quindi accanto a ciò che voi date, c'è anche una realtà che ricevete.
Il
terzo elemento che voi ricevete è la spinta missionaria.
Non dimenticate mai che l'Europa è
stata evangelizzata in gran parte dai monaci, e questo è bellissimo.
Pensate ai monaci scozzesi, pensate all'evangelizzazione dell'Inghilterra quando Papa Gregorio manda i
monaci e a metà strada gli
scrivono una lettera impaurita:
«Non ce la facciamo, ma dove ci hai mandato? Ma
tu non ti rendi conto! Non ce la
faremo mai!» quasi un «Mandaci indietro, è troppo grande il
compito!». E quest'uomo li
incoraggia: «Non preoccupatevi». Pensate
a Cirillo e Metodio (Cirillo è il vero monaco: monaco,
intellettuale, capace di leggere
Ecco, io credo che sia importantissimo per voi innestarvi nella nuova evangelizzazione, nel modo che Dio vi indicherà, ciascuno secondo la propria capacità.
Ed è bellissimo il raccordo tra l'evangelizzazione di ieri, come hanno fatto i monaci, e quella di oggi, come Dio chiama voi.
Il quarto elemento - e concludo - è il rapporto con i movimenti, che sono una grandissima forza.
Io giungo ora appunto da un incontro con i Focolari. C'è una riscoperta della vita consacrata tramite Chiara Lubich: ci si consacra tramite l'esperienza del movimento.
Ieri a Castelgandolfo eravamo quasi mille tra sacerdoti e seminaristi da tutto il mondo e lì ci hanno mostrato un video. Hanno chiesto a Chiara: «Ad un prete in crisi lei cosa direbbe?». E lei ha risposto: «A un prete in crisi direi di ritornare non alla propria esperienza di consacrato, di prete, ma di cristiano». L'esperienza di essere autenticamente cristiani ti restituisce il gusto di essere prete. I movimenti hanno oggi questo grande valore nella Chiesa: di darci l'autenticità di base e credo che sia importantissimo collegarsi con essi perché sono una ricchézza enorme: focolarini, catecumenali, Rinnovamento nello Spirito, ognuno col suo stile. Pensate a quante realtà sono nate intorno a questi movimenti.
Infine c'è la necessità di raccordare le nuove comunità monastiche con le comunità monastiche antiche, tradizionali: anche qui c'è il bisogno di complementarietà.
Chiudo con la parola con cui ho iniziato. In questa direzione, il ruolo del Vescovo è decisivo perché diventa cardine per tutte queste realtà: parrocchie, santuari, movimenti, associazioni, vita monastica tradizionale, vita religiosa. L'elemento visibile di unità è il Vescovo, ma non lui da solo. C'è bisogno di un dialogo costante all'interno della Chiesa locale.