La Diocesi

di Locri-Gerace

La sua storia

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Santi Modestino, Florentino e Flaviano

martiri locresi

 

La Chiesa di Locri-Gerace, il 14 del mese di febbraio, celebra la memoria dei Santi Modestino, vescovo, Fiorentino sacerdote e Flaviano diacono, primi martiri locresi (III secolo).

Di loro si sa ben poco. E quel che si conosce, trova non poche difficoltà ad essere documentato sufficientemente. Supplisce la tradizione circa il loro attaccamento alla fede ed il loro martirio.

La vita e il martirio di san Modestino sono narrati in un manoscritto duecentesco, conservato nell'Archivio Capitolare di Avellino, e ben compendiato dal Fiore e dal Martire come leggiamo ne I Vescovi di Gerace-Locri di Enzo D'Agostino (ed. Frama Sud Chiaravalle Centrale 1981, pp. 2-39).

Oriundo di Antiochia, Modestino sfuggì alla persecuzione di Diocleziano (284-305) per l'intervento di un angelo che, dopo averlo liberato dalla prigione, "(eum) deposuit in locum qui dicitur Lucridum, in quo multos infirmos orationibus suis salvavit".

"Ma Modestino - continua il D'Agostino - dovette fuggire anche dalla città calabra, e dopo inenarrabili peripezie passate insieme con i compagni Florentino e Flaviano, si rifugiò nei pressi di Avellino, dove concluse la sua vita intorno all'anno 295".

Nella città campana, il Santo è molto venerato: gli è stata dedicata una chiesa ed è il patrono del luogo.

Alcuni nostri storici, come il Fragomeni e l'Oppedisano, hanno incluso il nome di Modestino nell'elenco dei Vescovi locresi. A quel tempo, Gerace non aveva ancora la consistenza di un centro abitato, ne è, almeno al momento, documentabile l'esistenza, a Locri di una Sede vescovile, canonicamente organizzata.

Si può, perciò parlare di Modestino come di un Vescovo itinerante che, soggiornando a Locri (Lucridum), dopo aver lasciato Antiochia, ebbe il grande merito di aver salvato, con le sue preghiere, i corpi di molti infermi; ma, ancor di più, con la sua fede ed il suo esempio, di aver associato, al suo martirio, quello dei suoi due discepoli, Florentino e Flaviano, che lo avevano seguito fino ad Avellino, dove avevano offerto, in supremo olocausto, la propria vita a Cristo e alla causa del Vangelo, "usque ad effusionem sanguinis".

La Chiesa di Locri-Gerace ne fa debita memoria e, onorandoli, se li propone come modelli di vita.

 

Dall'Annuario 1996 della Diocesi di Locri-Gerace

 

 

 

Sant'Antonio del Castello

monaco basiliano

 

Fu contemporaneo di S. Nilo di Rossano (sec. X). Da giovanetto ebbe quell’educazione comune alle famiglie cristiane di quel tempo, basata sulla lettura quotidiana della S. Scrittura.

Da adulto si ritirò in una grotta nei pressi di Gerace, ed esercitò un’ascesi durissima. Compiva le più dure penitenze nel corso della giornata e si dedicava alla veglia e alla meditazione nella notte. Sem­bra che, a un certo tempo, abbia sentito il bisogno di cambiare resi­denza, forse a motivo degli Arabi che, con le loro continue incursioni, rendevano impossibile la vita di contemplazione a questi eremiti. Si trasferì, allora, sui monti Mula, vicino a Cassano, dove ebbe la gioia di accogliere la visita di S. Vitale di Sicilia.

Non molto tempo dopo, ritornò a Gerace e si stabilì, come cenobita, nel monastero di S. Filippo d'Argirò, che sorgeva nella parte alta della città. Gerace, in quel tempo, aveva una grande importanza strategica e politica nel sud della Calabria, quasi come quella che Rossano aveva nel nord. Antonio visse così gli avvenimenti ora drammatici ora lieti del tempo, in continua comunione con le popolazioni.

Tra il 951 e il 975, il monastero di S. Filippo d'Argirò accolse Nicodemo che, dalle aspre balze di Mammola, aveva cercato rifugio nella roccaforte di Gerace. Antonio, Nicodemo e Ieiunio erano tre cattedre viventi per i loro confratelli e per la gente di Gerace. Nicodemo, alla fine ritornò alla boscaglia di Mammola, e Antonio si preparò all'incontro col Signore.

Alla sua morte gli venne data sepoltura nella chiesa del monaste­ro e i suoi resti mortali divennero ben presto oggetto di culto privato e pubblico. La sua festa venne fissata il 23agosto.

 

(N. FERRANTE, Santi Italogreci. Il mondo religioso bizantino in Calabria, Reggio Calabria 19995, p.273)

 

 

 

San Ieiunio

monaco basiliano

 

Nacque a Gerace ai primi del 900, e al battesimo gli venne imposto il nome di Giovanni. Si fece ben presto monaco e si distinse soprattutto per una durissima penitenza, tanto che fu soprannominato il Digiunatore. I contemporanei ne trasmisero la memoria ai posteri chiamandolo Giovanni Ieiunio.

Come il suo concittadino Antonio, pure lui dimorò a lungo nel monastero di S. Filippo d'Argirò, in Gerace. Ma trascorse la mag­gior parte della sua vita come eremita in una grotta, scavata nella rupe del vicino monte, detta poi «Sant'Iunio». Più tardi ivi fu costruito un monastero che ebbe notevole risonanza nell'epoca normanna.

Morì intorno al 1000. Il culto fu vivo nel suo monastero dove la festa liturgica era celebrata il 25 maggio e poi il 25 agosto. Di lui oggi, a Gerace, si ricorda appena il nome.

 

(N. FERRANTE, Santi Italogreci. Il mondo religioso bizantino in Calabria, Reggio Calabria 19995, p.276)

 

 

 

San Nicodemo di Mammola

monaco basiliano

 

L’agiografo Nilo. Conosciamo il nome dell'agiografo, Nilo. Egli imposta la sua operetta, utile per l'edificazione dell'uditorio e dei lettori, in una dimensione raccolta, intessuta di imprese interiori, che tuttavia non riuscirono ad impedire la diffusione della notorietà del santo. Una simile impostazione, ma più accentuata, è scelta anche dall'agiografo di san Filareto, che visse nella stessa età di san Nicodemo e nei luoghi in cui questi era nato; anche questo agiografo si chiama Nilo, e potrebbe trattarsi dello stesso autore!

Nicodemo nacque verso la metà del secolo X a Sicrò, una cittadina delle Saline (oggi Piana di Gioia Tauro), cioè di quel territorio monastico che era stato reso celebre dalle fondazioni di sant'Elia il Giovane e di sant'Elia lo Speleota; la sua vita terrena, dice l’agiografo, durò circa settant'anni. I suoi genitori, come di consueto, erano molto pii e lo educarono alla vita di fede; ma il giovinetto non si accontentò della buona educazione morale e intellettuale per cui primeggiava fra i coetanei, e scelse la via della perfezione, fra i monti e le spelonche. Sia la notorietà delle virtù umane, sia la precoce scelta monastica sono elementi alquanto consueti nelle biografie dei nostri santi asceti: essi, nell'operetta di Nilo, sembrano il preludio di quella via verso l'interiorizzazione alla quale ho accennato.

L'occasione per un deciso e definitivo distacco dai luoghi di grande frequentazione umana, come erano e sono tuttora le Saline, venne offerta da un'incursione dei Saraceni. Altre due volte si parla nella vita di san Nicodemo di questo popolo multiforme e aggressivo, per sottolineare le virtù taumaturgiche del santo. Nicodemo, dunque, si trovava nel celebre monastero di san Fantino di Taureana, affidato alle cure spirituali di un anziano monaco, quando pervenne un'irruzione saracena, che il giovane interpretò come invito a ricercare la pace fisica e interiore nelle solitudini montane. Risalì il versante della montagna fino allo spartiacque e lì, presso il passo della Limina, ancora oggi ben noto, nella località di Kellerana, di non facile identificazione, si fermò definitivamente.

Ascesi montana. Quando, con la sua ascesi e la preghiera, ebbe purificato il deserto montano dagli spiriti maligni, intitolò la sua dimora eremitica in onore dell'arcangelo san Michele, anche se poi, come succede frequentemente, quel luogo sacro prese il nome del suo fondatore. L'agiografo racconta un episodio significativo delle scelte del santo: i discepoli, che a poco a poco erano accorsi a condividere l'austera solitudine di Nicodemo, un giorno gli chiesero di spostare la dimora più in basso, in una località più frequentata. Nicodemo non disse di no e propose loro di scendere a provare come si vive accanto alla gente. Egli scelse appositamente un giorno di grande affluenza, quello della Dormizione della Vergine, il 15 agosto; ed un luogo particolarmente affollato, il tempio di santa Maria di Vukiti, che si ritiene sorgesse presso l'attuale Martone, a monte di Gioiosa Jonica, nel versante contrapposto a quello delle Saline. I monaci rimasero così sgomenti per il popoloso chiasso, che, buttatisi ai piedi del santo, gli chiesero il perdono ed il tempestivo ritorno sui monti.

Nicodemo trascorreva il giorno fra il canto liturgico ed il lavoro con la zappa. Confezionava anche il pane che, come gli ortaggi, destinava ai suoi discepoli, dal momento che il suo unico alimento era un decotto di castagne che beveva la sera. Se gli portavano del pesce dalla marina, egli accettava il dono dei pescatori, ma lasciava che quel cibo si disseccasse al sole, così che perdesse l'attrattiva del gusto. Quando riteneva opportuno di rendere ancora più severa la sua ascesi, egli si chiamava per nome e si ammoniva, come se fosse un altro uomo: in tal modo si estraniava da se stesso per amore di Dio. Parlava anche con le bestie, come quando invitò una cerbiatta a non devastare l'orto dei monaci, prevedendo per essa una brutta fine, nella quale si imbatté la bestiola disubbidiente; o quando rimproverò e mandò via in pace uno scorpione che gli si era attaccato al braccio senza fargli male. Ma soprattutto parlava con la gente, per confortarla e conso­larla. Raccoglieva offerte per il riscatto dei prigionieri e le donava ai loro parenti. Anche i suoi miracoli erano densi di semplice carità: guariva gli infermi e liberava gli ossessi. Talvolta, per ottenere questo, pregava a lungo, anche tutta la notte, e sempre, come era sua consuetudine, con molte lacrime; altre volte, invece, bastava che mostrasse e facesse vibrare il suo bastone, il quale era divenuto il terrore dei diavoli.

Il signorotto. Lasciava raramente il monastero. Una volta lo lasciò volentieri, anche se era il giorno del Grande Sabato, per una missione rischiosa e difficile: rendere giustizia ad un poveretto contro la prepotenza di un arconte, cioè di un benestante riverito e influente. L'episodio è simile a quello manzoniano di Padre Cristoforo nella casa di don Rodrigo. L'arconte, che si era invaghito della moglie di quel poveretto, l'aveva di forza sottratta al marito e se l'era portata in casa. Nicodemo, informato e supplicato dal marito, accorse presso il nobile prepotente chiedendogli l'immediata liberazione della donna; ricevette, invece, una risposta sprezzante: «Se non mi trattenesse quel poco di rispetto che ho per te, oggi ti beccheresti una scarica di improperi. Tornatene alla tua cella». Ma più terribile, e naturalmente efficace, fu la conclusione del santo: «Non aggiungo nemmeno una parola. Se il Signore mi considera fra i suoi cari, ti tratterà come vorrà lui» (cap. 16). Il giorno dopo, al mattino della Domenica di Pasqua, l'arconte morì improvvisamente appena sceso dal letto. Un'altra volta era stato portato via da una banda di Saraceni, che, fra l'altro, si divertivano a deriderlo per la sua costante preghiera; ma poco appresso quei violenti si misero a combattere furiosamente fra di loro lasciando che il santo tornasse liberamente al monastero. E a nove cittadini di Bisignano, che erano stati rapiti dai Saraceni e trascinati fra i monti alla volta della Sicilia, bastò l'invocazione del suo nome per liberarsi dalle catene: era dunque ben nota ed efficace la fama di quel santo nascosto e silenzioso.

Una volta era sceso nelle Saline per pregare presso la tomba di sant'Elia lo Speleota e tutti i monaci, riconosciutolo, accorsero per riverirlo; in quella occasione il prete Leonas venne guarito da gravi tormenti diabolici al semplice tocco della mano di Nicodemo. La sua venerazione verso Elia il Giovane ed Elia lo Speleota si esprimeva anche con cortesie taumaturgiche, come quando egli invitò inutilmente i genitori di una giovinetta tormentata dal diavolo a supplicare quei due grandi santi, venerando le loro reliquie per ottenerne la guarigione della ragazza. Lo stesso aveva fatto per un giovanotto ossesso, ai cui genitori Nicodemo, prima di scacciare il diavolo, aveva detto: «Portatelo alla Spelonca, da Elia» (cap. 13); una cortesia simile usò Elia il Giovane per san Filareto.

La memoria liturgica di san Nicodemo ricorre il 12 marzo.

La sua venerazione si è tramandata ininterrotta fino ad oggi, specialmente a Mammola, che è il centro urbano più vicino ai luoghi dove Nicodemo aveva impiantato il suo monastero e dove poi venne trasferita la fondazione monastica: infatti Atanasio Calceopulo, che visitò il monastero di san Nicodemo il 7 novembre 1457, dice che esso era ubicato a meno di un miglio dalle case di Mammola. Nicodemo è assai venerato anche a Cirò, che per un pio errore fu ritenuta a lungo la patria del santo. La sua vita venne anche narrata nel secolo XVII da Apollinare Agresta, che era nativo di Mammola e nell'anno 1675 venne designato Abate Generale dell'Ordine Basiliano. La vita del suo monastero produsse atti, di cui un piccolo nucleo fra gli anni 1011 e 1232 è giunto fino a noi ed è stato pubblicato da André Guillou. In essi è menzionato anche un monastero in onore di san Fantino, detto di Pretoriate (probabilmente località e/o torrente nel territorio di Gioiosa Jonica) e che richiama nel titolo il luogo sacro della formazione monastica di Nicodemo. Anche se non è definita l'identificazione della località Kellerana, oggi si ritiene che essa coincida con il luogo dove furono rinvenute le absidi antiche di un edifìcio di culto che è stato recentemente riedificato e che nell'opinione generale corrisponde al monastero di san Nicodemo, così come una vicina grotticella è comunemente venerata come la grotta del santo. In questo luogo sacro presso il passo della Limina risiede da alcuni anni un eremita certosino, padre Ernesto, che si è insediato il 17 settembre 1995 ed ha professato solennemente la sua scelta eremitica, alla presenza del vescovo di Locri-Gerace mons. Giancarlo Bregantini, l'11 luglio dell'anno 2000.

(D. MINUTO, Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria 2002, pp.69-72)

 

 

San Leo d'Africo

monaco basiliano

Per conoscere san Leo abbiamo tutto, tranne le notizie letterarie o documentarie. Ci sono le reliquie, custodite nel suo santuario di Bova, il culto, i miracoli. Le informazioni sulla sua vita ci vengono date dalla tradizione, condensata in una preghiera narrativa, detta "raziuni", cioè orazione (oppure anche "canzuna") "di santu Leu". Sappiamo, così, che il santo, nato a Bova, da giovinetto andava a scuola «al convento» (probabilmente il monastero della santissima Annunziata di Africo). Ma, a un certo punto, scompare. Il «padre priore» manda due scolari a cercarlo ed essi lo trovano dentro una gora, che «faceva penitenza e orazioni». Il padre priore, allora, invitò gli scopritori al silenzio, perché Leo andava preso «con parole dolci», e intanto si mise a preparare l'abito per monacarlo. Sappiamo, dunque, da questi primi versi della "raziuni", che il giovane Leo amava l'ascesi eremitica con semplicità e umiltà già prima di ricevere l'abito angelico; e che aveva un carattere forte, all'occorrenza anche brusco. Poi la "canzuna" ci dice che «un giorno san Leo volle partire, per la via della montagna volle andare». Dunque, aveva accettato di entrare nel monastero ma, come succede agli esicasti, sentiva la necessità della vita solitaria, sui monti e non dentro le mura di un cenobio. Fra Bova e Africo c'è un altipiano, detto Campi di Bova, assai esteso ed ancora oggi notevolmente boscoso. Qui, dunque, si ritirò san Leo, e l'equivalenza di Bova ed Africo come luoghi della sua esperienza ascetica ha ingenerato nel tempo una sen­sibile rivalità di culto fra le due popolazioni. San Leo, dice la sua "raziuni". restò gran tempo con i "picari"; si era costruito un fornellino per la pece e una volta la trasformò in pane: e questo fu il suo primo miracolo. La vita solitaria, dunque, accanto alla preghiera comprendeva il lavoro, e questo era faticoso, umile ed alla stregua della più semplice classe sociale, quella dei boscaioli che ricavavano la pece dagli alberi. Infatti san Leo è raffigurato con la scure ed il pane di pece. Il suo primo miracolo e poi la notizia tradita che san Leo vendeva la pece a Messina a benefìcio dei poveri, indica la sua umile carità. Se andava a Messina, probabilmente questa era già tornata ad essere una città cristiana. Perciò ritengo che san Leo sia vissuto durante l'età normanna. La tradizione afferma anche che san Leo risiedeva a lungo a Rametta, una delle fortezze bizantine di Sicilia più refrattarie all'occupazione araba. Effettivamente si venera ancora oggi vicino Rametta un santuario di san Leo, ma comunemente si ritiene che si tratti di san Leone, il celebre vescovo di Catania il quale, peraltro, si vuole fosse stato, prima, decano dei sacerdoti reggini.

Quando san Leo, dice la "raziuni", sentì vicino il trapasso, «al suo con­vento volle tornare». Anche questo è un bisogno frequente degli eremiti: tornare alla comunità nei tempi forti della vita terrena. Era viandante, malandato, affaticato. Chiese perciò, senza remore, a un pecoraio: «Mi devi portare in collo». Per accontentare l'asceta, il lavoratore lasciò la sua bisaccia; ma questa lo seguì volandogli dietro fedelmente. San Leo chiese al pecoraio di avvertire il padre priore, perché desiderava confessarsi. Ma questi, all'annunzio, fece un gesto arrogante di stizza e restò con il braccio paralizzato. Allora si mise ad invocare san Leo, promettendogli una chiesa. E quando la chiesa fu finita, commenta la "canzuna", le campane si misero a suonare da sole. Il suono delle campane, a Bova, è tradizionalmente collegato con san Leo: quando si diffonde la notizia che qualcuno ha bisogno urgente dell'intervento del santo, tutte le chiese si mettono a suonare per invitare alla preghiera i devoti. La "raziuni" termina con il racconto di un intervento prodigioso e deciso a favore del popolo. Dopo il terremoto del 1659, Bova non era in grado di pagare i debiti al fisco. Allora san Leo va dal re di Napoli. «Sacra Corona, disse, appena entrato/ date udienza al mio parlare»./ «Con porte chiuse! Chi vi ha fatto entrare?»/ «Il cielo e la terra con il bel mare»./ «Vorrei sapere come vi chiamate/ nome e cognome, di che casato siete»./ «Io mi chiamo Leo, il Rosaniti,/ il protettore della società./ Sono avvocato dei Pedavoliti (un quartiere dell'odierna Delianova, che si vuole formato da oriundi bovesi),/ pure li aiuto nelle necessità./ Il pagamento dei bovesi/ lo dovete ridurre di trecento ducati,/ io sono bovese e voi mi conoscete/ e vi chiedo solo questa carità».

San Leo desidera che ci si rivolga a lui con confidenza umile e riverente. Altrimenti, sa rimproverare. È grandemente taumaturgo e i suoi miracoli sono umili interventi nella vita quotidiana: guarigioni; protezione dal fuoco; provvigione di olio; avvertimento a un ladro di oggetti sacri; pressante invito a un vescovo perché la smetta di sentirsi stanco e celebri i vespri; ritrovamento di importanti oggetti smarriti; protezione dal fuoco e dalle cavallette. Un certo numero di questi miracoli è raccolto in un libretto di don Ercole Lacava. Una sua devota riceve speciali ispirazioni dal santo. Non sa scrivere bene, ma quando sente il suo invito, si mette un foglio sulle ginocchia e scrive sotto dettatura. È stata miracolata dal santo ed ha lasciato la sedia a rotelle. Ora ha circa ottant'anni ed è in piena attività. Ha ottenuto una grande distesa nei Campi di Bova e vi ha costruito una chiesetta per invito del santo. Sopra la chiesa ha costruito degli appartamenti e spera che possano diventare un monastero, che aiuti i preti e le suore sviati dalla loro vocazione. È stupefacente come abbia potuto racco­gliere con le elemosine i soldi necessari per tale opera e, alla sua età, guidare i lavori nel cuore della montagna. Il santo l'ha obbligata a buttar via tutti gli abiti neri, perché non gli piace il lutto. Ricordo che una volta le ordinò di preparare una cena per tutti quelli che sarebbero andati a pregare nella cappellina della sua casa. Questa devota non sapeva chi si sarebbe presentato, ma imbandì la tavola esattamente per il numero di persone che in effetti si recarono alla funzione. Io ero fra queste persone.

San Leo è patrono di Bova, compatrono dell'arcidiocesi di Reggio, che ora comprende anche Bova. La sua festa si celebra il 5 maggio, ma gli africoti, per distinguersi dai bovesi, amano solennizzarla dopo sette giorni, il 12 maggio.

(D. MINUTO, Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria 2002, pp.80-82)

 

San Giovanni Theriste

monaco basiliano

 

 

 

 

 

Di san Giovanni Theriste ci parlano due vite e due canoni liturgici, di cui uno si ritiene sia stato scritto da san Bartolomeo di Rossano; ma i due testi in prosa si differenziano per molti particolari dai canoni, i quali mostrano di dipendere da una narrazione biografica più antica, non pervenutaci. La tradizionale fattura degli inni si limita a brevi accenni agli episodi della vita del santo, che il sacro compositore considera noti a tutti; e le due vite sembrano composte in età abbastanza tarda: nel 1217-1218 la prima, detta vita A, scritta in un greco poco corretto e molto popolare; in età successiva la seconda, detta vita B, molto più controllata nella lingua e coerente con l'altra nella narrazione. Il santo era nato a Palermo durante l'occupazione araba dell'isola, figlio di una schiava cristiana, oriunda di Cursano vicino Stilo. I canoni parla­no di lui come di un giovane saraceno, mentre le vite affermano che era stato concepito a Cursano e la vita B aggiunge che il padre era un arconte (esponente della nobiltà cittadina). La madre gli aveva donato di nascosto un'educazione cristiana e quando il figlio ebbe raggiunto l'età giovanile, lo sollecitò a lasciare Palermo per andare a farsi battezzare a Stilo, la sua patria avita. Il giovane accolse volentieri l'invito, si imbarcò di nascosto e, muni­to solo di una croce, sbaragliò facilmente ogni resistenza, alla quale tutti i testi dedicano brevissimi, ma discordanti accenni, e giunse direttamente a Stilo. Il suo cammino è simile a quello di tanti altri asceti che tra i secoli IX e XI lasciarono la Sicilia per trasferirsi in Calabria e risalire, poi, tutta l'Italia meridionale fino a Roma. Ma due particolari mi inducono a credere che nel tempo narrato la dominazione araba sia in crisi e i Normanni siano alle porte: la facilità della fuga di un giovane saraceno, vero o pre­sunto che fosse, e la rotta verso Stilo, che non è certo la via più diretta per il nord. Accolto ostilmente in terra cristiana, il giovane riuscì a manifestare le sue pie intenzioni ed a farsi battezzare. Il vescovo che, secondo le vite lo aveva sottoposto alla prova di una minacciata immersione nell'olio bollente, battezzandolo, gli impose il suo nome, Giovanni, come aveva fatto il patriarca di Gerusalemme, Elia, con sant'Elia il Giovane. E proprio ammirando un'icona di san Giovanni Battista, il giovane comprese il suo bisogno interiore della vita ascetica e riuscì a farsi accettare dai padri di un monastero vicino Stilo, anche se essi all'inizio si erano mostrati molto riluttanti ad accoglierlo, data l'età e l'apparente immaturità spirituale di Giovanni.

Dagli scarsi accenni dei testi a noi pervenutici, si può capire che sia vissuto nel silenzio e nella mortificazione. Stava a lungo solitario a pregare immerso nell'acqua gelida; ma percorreva anche le campagne, ed allora i suoi occhi erano solleciti a comprendere gli umili bisogni della gente. Il miracolo che gli diede l'appellativo di "mietitore" (questo è il significato del vocabolo greco theristis) è ambientato fra i contadini angariati da un poten­te signore, credo un feudatario normanno, detto, un po' sprezzantemente, "satrapo". Dovevano mietere il grano del padrone ed erano affaticati: san Giovanni li ristorò, con il pane ed il vino che miracolosamente bastarono per tutti; poi, approfittando di un improvviso e violento diluvio, a loro insaputa (erano scappati a mettersi in salvo), fece sì che la messe fosse tutta pro­digiosamente raccolta e sistemata nei covoni, accorciando notevolmente la loro fatica. Anche l'altro miracolo di cui ci parlano tutti i testi prende di mira un "satrapo" che, tornando dalla caccia, vide il santo immerso nel­l’acqua vicino ad una grotta dove era solito ritirarsi a pregare e, credendo che fosse intento a lavarsi, si scandalizzò, come se fosse un'azione troppo lussuosa per un monaco. Il frutto di questa mormorazione fu un fuoco interiore irresistibile che cessò soltanto quando il cacciatore chiese perdono a san Giovanni tramite la madre. Ambedue questi miracoli, ed un terzo, a favore di un altro normanno, Ruggero, guarito da una piaga al volto, si conclusero, dicono le vite, con il dono al monastero di possedimenti in località ancora oggi note. Ma le preghiere dei canoni ci parlano della carità del santo verso tutti i sofferenti e gli afflitti, i peccatori e gli oppressi, di cui egli è taumaturgo e «rinomatissimo medico di tutte le malattie e di tutti i mali».

Il monastero di san Giovanni Theriste, fondato verso la metà del secolo XI, godette successivamente della benevolenza dei signori normanni, che edificarono la sua chiesa in forme monumentali, i cui ruderi sono oggi ammirati e venerati. Li aveva riscoperti Paolo Orsi cento anni fa e poi queste venerande rovine avevano subito un nuovo vergognoso abbandono. L'intensa attività, anche economica, del monastero durante il medioevo è ben attestata da 51 documenti greci pubblicati da André Guillou. Ad Atanasio Calceopulo esso appare come una grossa azienda, spiritualmente desolata ed economicamente dissestata: egli si sofferma a visitarla per ben 12 giorni, dal 10 al 22 novembre 1457. Successivamente, in età moderna, i monaci ritennero pericolosa la permanenza in un luogo solitario e si tra­sferirono nell'abitato di Stilo, dove costruirono un nuovo grosso complesso monastico, anch'esso poi decaduto e di recente restaurato. Da allora, pertanto, il territorio ha due monasteri di san Giovanni Theriste ed il primo è noto anche come san Giovanni Vecchio. La persistenza della memoria del santo, sempre costante fra Stilo, Pazzano, Bivongi e Monasterace, è stata da alcuni anni incrementata dalla presenza dei monaci atoniti, che hanno chiesto ed ottenuto la custodia del monastero vecchio, riportando quelle vetuste mura, che io ricordo abitate dalle vacche, alla nobilissima funzione di casa di preghiera e centro di spiritualità monastica ortodossa.

La memoria di san Giovanni Theriste ricorre il 24 febbraio.

(D. MINUTO, Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria 2002, pp.77-79)

 

Beato Camillo Costanzo

 

Nacque nel mese di novembre dell'anno 1571 a Bovalino, da Tommaso e da Violante Montano.

All'età di 20 anni, l' 8 settembre 1591, entrò nella Compagnia di Gesù, ed ivi ricevette una dura e severa educazione ed istruzione.

Nel 1602 partì missionario per l'Estremo Oriente, vivendo tale esperienza in Cina e in Giappone. In quest'ultimo paese, nella città di Firando (od. Hirado), affrontò il martirio il 15 settembre 1622.

La Chiesa lo ha proclamato Beato il 7 luglio 1867.

 

Dall'Annuario 1996 della Diocesi di Locri-Gerace

 

 

 

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