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L’Icona e la gente di Calabria

tra storia e spiritualità

 

Gianni Carteri

giornalista calabrese

 

L’ultima volta che andai a Napoli, la capitale borbonica del Regno delle Due Sicilie, mio figlio Francesco mi fece camminare per due giorni alla scoperta di una città che è ritornata bellissima. A sera, esausto e infreddolito, sprofondai sul divano della libreria Feltrinelli. Mi ritrovai in mano l’ultima fatica di Claudio Magris, Alfabeti. Comprai il libro che lessi nell’interminabile viaggio verso la Calabria e ruminai a lungo uno dei pezzi più belli: L’alfabeto del mondo.

 

Scrive Magris: «Nella Bibbia, Brecht trova un alfabeto per leggere il mondo; la grandezza di un testo che dice brutalmente e senza indorare la pillola la nuda verità della vita e della morte (…) la Bibbia è il grande codice della civiltà (…) ci sono stati due popoli, nella storia del mondo o quantomeno dell’Occidente, gli ebrei e i greci, i quali hanno espresso in  certo modo l’essenza della vita per tutti e per sempre. La Bibbia - Antico e Nuovo Testamento - e la tragedia e il mito greco continuano a fornire  le chiavi e le immagini per capire chi e che cosa siamo, la colpa e la salvezza, l‘esilio e il ritorno».

 

Ed allora mi son detto: sono un privilegiato ad essere nato sulle sponde del mare di Ulisse, quel Mediterraneo che, per dirla con Alvaro, «è tutto un pettegolezzo antico e paesano». Ancora più privilegiato quando mi assegnarono come sede di lavoro Caulonia, l’antica Castelvetere: assunse il nome greco e, come scrive Norman Douglas in Vecchia Calabria, «gli abitanti sono cortesi, intelligenti e dotati di una philoxenia degna della stirpe che diede rifugio a Pitagora nell’ora del bisogno. Vi era anche qui un ghetto: il quartiere si chiama ancora “La Giudecca” e la sinagoga è stata doverosamente trasformata in una chiesa dedicata alla Madonna.  Anche qui predicò l’onnipresente San Pietro, mentre era in viaggio per Roma, convertendo il popolo al cristianesimo; e la città si gloria di possedere ben tre ritratti della Madre di Dio, dipinti da San Luca (“Lucas me pinxit”)».

Ne ho conferma da una relazione di Caterina Marra sulle icone bizantine nel reggino: «L’Agiosoritissa è la Madonna Orante di San Luca. Ritratta di tre quarti, a mezzobusto, la Vergine ha le mani giunte rivolte verso sinistra, è un’immagine rara che ha un suo esemplare a Caulonia. Pare che in origine l’icona fosse custodita nel monastero della Chalcopratria a Costantinopoli (da cui Chalcopratissa). Sul territorio sin dal tempo del monachesimo bizantino erano presenti diverse icone mariane di provenienza orientale e molto di quel patrimonio appartenente ai vari monasteri è andato perso o rovinato dall’incuria dell’uomo».

 

L’anno trascorso a Caulonia, quasi trent’anni  fa, mi fece familiarizzare con i  nomi  delle sue tante frazioni: San Nicola, Obile, Ursini, Focà, Ziia, Crochi… La storia della sua  Rivoluzione guidata da Pasquale Cavallaro, compagno di  studi di Corrado Alvaro, che lo ricorda in un bel pezzo per La Stampa di Torino del 1952, aggiungeva un alone di mistero per questo paese che presentava e presenta ancora oggi nel suo centro storico e nelle sue campagne un fascino intatto e carico di stimoli per chi voglia scoprire le radici della nostra civiltà.

Un fascino che ho ritrovato quasi intatto in una giornata particolare vissuta nell’Eremo delle Querce a Crochi. Ha quasi dell’incredibile e del miracoloso la storia di quest’eremo  voluto con forza e lungimiranza da Padre Giancarlo Maria Bregantini.

«Salimmo a Crochi con suor Rossana - mi racconta al telefono il presule, ora a Campobasso - e ci piacque subito il posto, perché incarnazione della pastorale che portavo avanti, volta a privilegiare i luoghi più interni in via di abbandono: se il bosco è verde, il mare è blu. Credevo e credo all’alternativa di una pastorale che si legasse all’antico spirito basiliano».

 


 

 

CATALOGO DELLA MOSTRA

"Tralucere l'Infinito - Vita e Teologia dell'Apostolo Paolo"

Roma, Santuario del Divino Amore, 20-28 giugno 2009

Bovalino, 26 luglio - 2 agosto

Eremo di Montestella (Pazzano), 6-20 agosto

Caulonia, Chiesa S. Maria dei Minniti, 25-29 agosto

 

 

 

 

 

 

Un'esperienza d'arte e di fede

di suor Renata Bozzetto e suor Rossana Leone

 

Ringraziamenti

 

Dalla Calabria, una pastorale della bellezza

Il messaggio del Vescovo di Locri-Gerace

 

L'Icona e la gente di Calabria

tra storia e spiritualità

di Gianni Carteri

 

L'Icona e il riflesso dorato del Sud

di Diego Andreatta

 

L'Icona 'dice' la Parola

di Alessandra Trinca

 

Paolo e i colori dell'Infinito

di suor Maria Pia Giudici

Da Ellera le suore Carmelita, Rossana, Renata e Sandra, guidate dal desiderio di riscoprire le vere radici della spiritualità calabrese, si spostarono nella piccola frazione di Caulonia. La Divina Provvidenza ha fatto il miracolo. Un eremo incastonato tra querce secolari, ulivi, castagneti, agavi ed oleandri. Tutto parla Calabria, tutto trasuda grecità, sedimentata anche nel toponimo «Crochi», dove anticamente esisteva un insediamento monastico basiliano ed anfratti naturali scavati nella roccia, dove i monaci del tempo celebravano l’Eucarestia domenicale. È straordinaria la linea di continuità  tra passato e presente. Sul toponimo «Crochi» il Rholfs non si pronuncia. Mi soccorre il vocabolario greco Rocci che considera «crochi» plurale di «croche» (con la eta finale) e significa tessuto, fili di lana, ma anche sassolini.

 

 

Chi arriva all’eremo delle querce di Crochi resta affascinato dalla maestria che un settantenne artigiano locale ha utilizzato per realizzare l’altare e il campanile della chiesetta. Un vero e proprio mosaico ricavato dalle pietre della montagna e dalla sottostante fiumara Amusa, colori terrosi ma anche vivaci come il blu e il verde (i colori dominanti di quest’angolo di Calabria), ripresi nella splendida icona riprodotta alle spalle dell’altare, il capolavoro del monaco A. Rublev, dipinta dal santo iconografo in memoria di San Sergio, eremita, dolce e povero, dal volto scavato dall’ascesi e illuminato dalla preghiera, fondatore della Grande Laura della SS. Trinità a Zagorsk e adoratore della SS. Trinità.

La scena rappresentata alle spalle dell’altare è un evento luminoso della vita di Abramo: «Il Signore apparve ad Abramo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide  che tre uomini stavano in piedi presso di lui» (Gn 18,1-2). Un episodio sempre letto - mi dice suor Renata – nell’ottica della visione profetica del mistero trinitario, uno in tre.

Le tre tavole di noce su sfondo dorato rappresentano i tre viandanti, pellegrini messisi in cammino per amore di Abramo.

Hanno in mano tre bastoni rossi, un segno riservato nell’antichità ai grandi maestri, a coloro che insegnavano con autorità.

Sulla porta d’ingresso dell’eremo ti colpisce subito la frase di san Basilio, vera sintesi della missione che le suore si son date: «Cerchiamo di piacere a Dio secondo il Vangelo di Cristo».

 

Una verità ribadita dall’art. 3 dello statuto: «La comunità si ispira alla tradizione monastica italo-greca che fin dai primi secoli dell’era cristiana ha fecondato la Locride con la preziosa e santa presenza di un gran nugolo di testimoni. Appartati ma non isolati, custodi vigilanti della loro reciproca diligenza,vivevano il primato della contemplazione nella tranquillità e nel silenzio, custodendo la stabilità dei pensieri e la purezza del cuore, in obbedienza e familiarità con le Scritture, partecipi alla vita e alle necessità della Chiesa locale, vicini alla gente e al territorio, ospitali con i pellegrini e solidali con i poveri, operatori di pace, fautori di giustizia e promotori di cultura».

 

Il nuovo vescovo di Locri , Padre Giuseppe Morosini, è entusiasta del lavoro svolto e ha espresso più volte l’apprezzamento per ciò che fa in Diocesi il Laboratorio di Crochi. In occasione della benedizione del polittico dell’Ultima Cena realizzato dal Laboratorio nella Chiesa Parrocchiale di San Nicola di Bari ad Antonimina, ha saputo cogliere il senso vero del messaggio che arriva dal Piccolo Eremo delle Querce e che s’innesta in una religiosità popolare viva ed autentica : «Noi contemplando questa meravigliosa opera d’arte scrutiamo la bellezza della nostra fede e la affidiamo alla storia. Come le antiche pietre di questa chiesa testimonianza delle fatiche dei vostri padri che vi hanno lasciato questo spazio sacro per dire :” Noi ci abbiamo creduto”, così questa icona, nel tempo, trasmetterà e riaffermerà la vostra fede».

 

La storia di questo eremo ogni giorno mi affascina sempre più. Sono nato a Branca-leone Superiore, nel cui territorio ricadeva l’abbazia basiliana di Tridetti risalente al XII secolo, la cui importanza  risiede soprattutto nella convergenza di motivi architetto­nici di diversa derivazione. Convergono in essa elementi greci, bizantini ed islamici, che rimandano alla Cattolica (la disposizione dei mattoni a dente di sega) e al tempio basiliano di S. Giovanni Vecchio di Stilo.

Nel mio vecchio paese esisteva anche la grotta della Madonna del Riposo. Un’edicola, larga all’ingresso un metro, alta e lunga quasi due. Degli splendidi affreschi, vere e proprie icone,  raffiguravano la Madonna in atto di adorazione del Bambino adagiato in fasce, mentre ai suoi lati si stendeva un corteo di santi e sante, martiri, vergini e monaci. Nel paese, a due passi dalla grotta, c’era un convento dei frati eremiti di sant’Agostino  e un vecchio trappito come nelle migliori tradizioni del monachesimo orientale. Probabilmente  i monaci affrescarono anche la porticina del tabernacolo che raffigurava il Buon Pastore in un altare in mosaico di marmo completamente depredato e distrutto dai vandali e molto simile a quello della chiesa di san Francesco a Gerace.

Noi bambini  (vissi  nel vecchio paese fino  al 1958) eravamo affascinati da queste  icone. Ultimi abitatori di un paese da tutti abbandonato, andavamo ogni giorno a cambiare l’olio della lampada e provavamo per quella Madonna e quel Buon Pastore una dolcezza inesprimibile. I Basiliani avevano capito che la maggioranza dei fedeli trovava accessibile il messaggio delle immagini e per questo le  grotte e le pareti delle chiese venivano affrescate e dotate di icone. Mons. Antonino Sgrò, l’indimenticabile vicario vescovile di Locri, originario di Staiti, veniva talvolta a farci catechesi chiamato dal parroco don Iiriti  e ripeteva sempre  che «coloro che lettere non sanno possano almeno leggere con lo sguardo, nei quadri disposti nelle pareti». Le icone  raggiungevano il nostro cuore e cercavamo di immaginare quale fosse la vita dei primi cristiani.

 

Corrado Alvaro, nel suo primo lavoro dedicato a Polsi, parla di un quadro della Madonna detta del Riposo, portato verso la metà del XIV secolo dai primi monaci  esuli siciliani nel monastero di Polsi e aggiunge: «Ora che si vede alto e candido al sole il convento di Polsi che racchiude in sé tanta grandezza, non si pensa che da quel tempo in cui, ravvolti in bigio sago, i padri si cibavan di radici, ed ora una forza grande abbia voluto esaltare quei residui di antiche sofferenze? Così, con questa corrente di forzata immigrazione, specialmente nella Calabria, si accrebbe la cultura, accrescendosi i monasteri, che in quei tempi divenivano gli asili dell’antica grandezza e sapienza, contro la invadente barbarie».

La storia dell’alto Medioevo calabrese  è tutta  qui, in questi  minuscoli conventi, intorno ai quali sorgevano piccole comunità laiche, i Chorioi, che, ci raccontava sempre, con la sua voce tenue, suadente e  profetica, imbevuta di spiritualità innata, mons. Sgrò «si popolavano di contadini e davano  vita ai piccoli paesi appollaiati  sui cocuzzoli delle zone più impervie».

Questo è stato il Monachesimo  di rito greco che pian piano decadde quando  i conventi latini presero il sopravvento. Il resoconto di Atanasio Calceopulo a metà del secolo XV è drammaticamente realistico. Come scrive lo storico calabrese, originario di Staiti, Francesco Giuseppe Romeo, «la diffusione del monachesimo greco nell’Italia meridionale fu vasta, capillare, e prolungata, se si pensa che, cominciata  verso il VII secolo, durò fino al 1453, epoca del crollo dell’Impero bizantino, che vide l’ultima ondata di profughi, sotto l’incalzare dei Turchi».

Come asseriva l’archeologo Paolo Orsi, «la storia del basilianesimo in Calabria costituisce una delle pagine più interessanti della vita non pure religiosa, ma politica, economica ed artistica di quella regione nell’alto Medioevo».

In un bel saggio dedicato alla spiritualità dei monaci italo-greci,  il mariologo Padre Stefano De Fiores  scrive tra l’altro che «la spiritualità caratteristica dei monaci si riassume nelle due parole caratteristiche : Eremia kai Hesychia, solitudine e  quiete. Dobbiamo precisare che la scelta della solitudine non è dettata da viltà, ma dalla convinzione di non poter essere cristiani vivendo nel mondo corrotto o nell’istituzione ecclesiale mondanizzata. Come può un cristiano vivere da giusto in strutture ingiuste, mantenersi onesto in ambiente pervertito? Il problema è ridivenuto attuale nel nostro tempo che scopre la corruzione in ogni forma di vita associata dalla politica allo sport all’estrazione del lotto… Allora si comprende che non rimane altra via se non quella dell’eremo. Della solitudine si dice ancor oggi: Meglio solo che male accompagnato. I monaci non pretendevano una forma  privilegiata di salvezza, ma aspiravano ad essere cristiani per davvero. Basilio respinge il sostantivo monachos e designa i monaci con il semplice nome di cristiani». 

E a proposito della lotta  iconoclasta (i monaci sono gli «iconoduli» per eccellenza e vengono perseguitati dagli imperatori bizantini), il monfortano sanluchese fa sua la tesi del  prof. Vlassios Feodas dell’Università di Atene: «È indubitabile che le Chiese dell’Italia del Sud sono state durante il periodo dell’iconoclastia il centro delle iniziative e degli sforzi ecclesiastici per la salvaguardia della tradizione circa la venerazione delle sacre icone, perché d’una parte esse sono state il rifugio dei monaci dell’Oriente perseguitati per la loro iconofilia, e d’altra parte hanno influenzato decisamente l’atteggiamento della Sede papale non solo verso gli Imperatori iconoclastici dell’Oriente, ma anche verso l’iconofobia dei Franchi».

Per questo appare ricca di fascino e di continuità storica la mostra su San Paolo che  le suore del piccolo  Eremo delle Querce di Crochi stanno preparando e che terranno a Roma presso il Santuario del Divino Amore, avente per tema  Tralucere l’Infinito, vita e teologia dell’apostolo Paolo.

Le allieve della Glikophilousa, il Laboratorio di Spiritualità e Tecnica dell’Icona istituito a Crochi, stanno ormai terminando il loro lavoro. Abbiamo ammirato una di queste icone nelle scorse settimane nella Chiesa di Bovalino Marina. Suor Rossana Leone, accompagnata da suor Renata Bozzetto dà una bella definizione dell’icona: «È una parola di Dio scritta a colori. La sua fascinosa misteriosità attrae e seduce. Essa dischiude i tesori abissali della Trascendenza e introduce negli spazi atemporali del Divino. Lasciando tralucere la Bellezza increata, diventa canale di grazia e finestra sull’eternità: mistero sofianico in cui la creatura si apre al suo Creatore e, inscindibilmente, il Creatore manifesta condiscendenza verso la sua creatura. Cristo è la vera Icona possibile del Dio invisibile».

 

E a proposito di San Paolo, diamante di Dio, appaiono più che mai condivisibili le intense parole che Padre Giancarlo Bregantini ha scritto per le scuole del Molise e che facciamo nostre: «L’incontro diretto con Cristo, oltre a cambiargli la vita, gli ha permesso di uscire dalle culture alla quali apparteneva, ma senza rinnegarle. Anzi, rivalorizzandole. La sintesi, la via media, sta in un cuore nuovo. Non frutto di compromessi, di mediazioni diplomatiche esterne. No. Ma sta nel saper accogliere tutti e saper valorizzare tutti. E’ proprio quella strada che San Paolo ci insegna: la strada del dialogo e dell’incontro. È di certo una strada difficile, richiede tempo, ha bisogno di molta pazienza, si riveste di attese e di sospiri. Ma crea coscienze vere: perché non impone, ma propone. Non vince , ma convince. Non giudica, ma analizza».

San Paolo è stato il primo a comprendere che solo rivolgendosi ai pagani il cristianesimo poteva avere un futuro. Predica la croce, la morte e la risurrezione del  Cristo che un giorno è apparso anche a lui, «come a un aborto, dice, ultimo tra tutti».

Vero architetto del cristianesimo formula le leggi che reggeranno la Chiesa.

Per questo non saremo mai grati abbastanza alle suore dell’Eremo delle Querce di Crochi che hanno posto la stupenda croce di Polsi sul campanile e quella greca, uguale alla Cattolica di Stilo, sulla chiesetta. Croce di Passione e di  Resurrezione.

Ha ragione Claudio Magris: «Le radici dell’Europa sono in buona parte ebraico-cristiane, grazie alle quali nel nostro Dna sono entrate pure molto linfe della civiltà medio-orientale; riconoscerlo non è una professione di fede, ma una constatazione storica e negarlo è un’automutilazione».

Se andate a Crochi ed entrate nella chiesetta esposta ad Oriente, noterete una straordinaria luce, spesso accompagnata dal suono lontano di una tarantella ritmata da un organetto che si disperde per l’incantevole vallata. Una luce filtrata dal verde delle querce che da sempre sono l’emblema della solidità, della potenza, ma anche dell’ospitalità, intatta in questa nostra terra che è greca, araba , bizantina, armena: cerniera tra oriente ed occidente, affacciata su un mare che unisce più che dividere.

 

 

ICONE ESPOSTE

San Paolo "In fide vivo Filii Dei"

 

VITA DI SAN PAOLO

Il martirio di Santo Stefano 

La vocazione di Saulo  

La guarigione di Saulo  

Il battesimo di Saulo 

Paolo perseguitato a Damasco 

Paolo e i cristiani di Antiochia 

Paolo "luce delle genti" 

La guarigione del paralitico

Il Concilio di Gerusalemme

Paolo conferma le Chiese 

I viaggi dello Spirito

Il battesimo di Lidia 

Paolo e Sila in prigione

Il discorso di Paolo all'Aeròpago 

Il fabbricante di tende 

Paolo celebra l'Eucaristia 

Paolo risuscita Eutico 

Il processo davanti al governatore Felice 

Il viaggio verso Roma 

La prigionia a Roma  

Il martirio di Paolo

 

TEOLOGIA PAOLINA

Cristo del Sinai 

Acheropita 

Arcangeli Michele e Gabriele 

Madre di Dio Kyriotissa 

Santi Gioacchino e Anna

Annunciazione

Annunciazione

Trinità (particolare)

Beato Silenzio 

Giovanni Battista 

Natale 

Presentazione al tempio

Madre di Dio del Principe Igor

Madre di Dio Kyriotissa

Madre della Tenerezza

Madre di Dio del Segno 

Trasfigurazione

Lavanda dei piedi

Crocifisso

Madre di Dio della Passione 

Deposizione 

Lo Sposo 

Il Risorto 

Noli me tangere

Pentecoste

Cristo Pantocratore in trono

Arcangelo Michele

Arcangelo Gabriele 

Abbraccio di Pietro e Paolo

San Paolo

Vocazione cristiana - "Il buon soldato di Cristo"

Vocazione cristiana - "L'atleta" 

Vocazione cristiana - "Il contadino" 

Santi Paolo e Timoteo 

Santa Febe 

Santa Lidia

Santi Andrònico e Giunia

Santi Gregorio, Basilio e Giovanni Damasceno 

San Benedetto