Copertina Catalogo della Mostra

 

 


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Είκόυες – Icone

Tradizione bizantina e spiritualità

 

MOSTRA d'Icone della "Glikophilousa"

Palazzo Trentini -Trento, 5 -15 marzo 2008

 

 

 

 

Presentazione della Mostra

Interventi di Sr Renata Bozzetto e sr Rossana Leone

 

 

 

Inaugurazione della Mostra - Intervento del Dott. Dario Pallaoro Presidente del Consiglio provinciale di Trento“Se si vuole veramente vivere è necessario immergersi coraggiosamente nella vita e soprattutto saper guardare, guardare l’uomo come il sassolino che luccica al sole, la lucertola che rapida attraversa il soleggiato sentiero. E poi i monti, il cielo e il mare, le fasi della luna, le bianche nuvole e il volo degli uccelli. Ma oggi gli uomini non sanno più guardare il cielo. E perciò non sanno più guardare nel proprio animo. Non amano più il silenzio che vuol dire meditazione, vivere più intensamente.”

Mi sono sembrate queste espressioni fondamentali per definire l’icona, perché icona e perché iconografia. C’è una fascinosa misteriosità nell’icona ed è sempre tutto questo ogni qualvolta ci si ferma a sostare e a contemplarla. Può anche suscitare un momentaneo moto di rifiuto perché esula dai nostri schemi, dalle nostre soggettività iconiche, dal nostro modo di vedere il bello, perché l’icona è una bellezza buona. Bisogna quindi porsi di fronte ad essa in un atteggiamento disarmato, abbandonato, contemplativo, nell’attimo si sapersi veramente rovesciare completamente in un Oltre che ci sovrasta, che riscopriamo come colore profondo dentro di noi e che l’icona ci rivela e con la quale ci sentiamo in stretta sintonia.

L’icona nasce da una esperienza perciò: è l’esperienza del vissuto nella contemplazione, è l’esperienza della relazione, è l’esperienza della comunione con questo Oltre o, se vogliamo, con la profondità del nostro essere. Nasce da questa esperienza, vive di questa esperienza ed è una proposta di esperienza.

È una pittura concreta pratica. L’iconografo è soprattutto un grande artigiano. Come il contadino di queste valli, l’iconografo deve avere mani buone per tagliare il legno, per scavare la tavola, per creare un altare, per intelaiare, per mescolare, per cucinare fino ad arrivare all’uso del colore e a mescolanze di terre – pigmenti – colorate, coloratissime che si fissano con l’intensità del tuorlo d’uovo. È un continuo maneggiare e dare rilievo e valore ad ogni elemento che viene usato, scelto, selezionato, in funzione di un contenuto. Una relazione profonda di chi si pone di fronte all’opera che non è sua perché appartiene al dono della Chiesa e di conseguenza si pone in umile atteggiamento amoroso di fronte a questo mistero incontenibile, che è il mistero di sempre.

Quanto è difficile parlare dell’icona ed è difficile ancor più parlarne da iconografa.

Oltre ad una ammirazione estetica che è sempre soggettiva e anche mutevole per ognuno di noi, l’occhio di fronte all’icona si allena a posarsi su una bellezza di forme completamente diverse. Possono ad esempio – dicevo – suscitare uno choc imprevedibile: figure slanciate, prospettiva rovesciata, forme allungate, occhi stragrandi. Tutte forme che smuovono, rompono gli schemi della pittura. E poi i colori. I colori a volte forti contrastati e non invece legati a quella cromia usuale, perché tutto nell’icona è in funzione di una teologia, cioè di un racconto più profondo che è un narrare Dio. Allora l’occhio non è più contemplativo soltanto, ma è un occhio che ascolta, dice il Libro dell’Apocalisse. È un ascolto profondo di chi sono, dove vado, che ne è di me, perché vivo. Per il cristiano poi è anche una esperienza veramente profonda di Dio, è una comunione tra creatura e creatore, tra finito e infinito, tra materiale e spirituale, tra cielo e terra.

Questa commistione profonda di arte e spiritualità sono il fascino dell’icona, è l a scrittura dell’icona. Vedere contemplare toccare l’Intoccabile. Lo sguardo è invitato a passeggiare tra le icone della mostra ed è invitato a riposare in quella quiete che è armonia di tutto l’essere. L’assenza di prospettiva, le sproporzioni dei personaggi, le loro forme un po’ smaterializzate dovrebbero un attimino provocarci e invitarci a cambiare. Veniva giustamente detto prima di me che un’icona contemplata cambia il modo d’essere della persona. Siamo ciò che guardiamo. Diventiamo pian piano ciò che contempliamo. Ci spinge quindi l’icona al cuore dello spazio e del tempo ponendoci dentro l’Oltre, verso quella trascendenza che è la meta finale di ogni felicità umana. Tutto diventa più leggero, tutto diventa celeste, tutto è trasfigurato, tutto è trasparente, tutto diventa luminoso. Oro, giallo. Oro perché è il colore della divinità, perché è la smaterializzazione piena di tutto quello che può essere umano. È quella luce che ti dà pienezza di luminosità e nel contempo si oppone perché è talmente forte che ti acceca e ti pone di fronte al mistero. Il mistero resta pur sempre quello che è: intoccabile, insondabile, profondo, unico. Diventa un universo alto l’icona, un microcosmo. Spieghiamo nel Laboratorio “La Glikophilousa”, Dolce Amante della Divina Bellezza, che l’iconografo produce con le sue mani o vive dentro un microcosmo di valori. Tocca il mondo vegetale, il mondo animale, il mondo minerale e lo strumenta con le sue mani come un minicreatore in comunione con il grande Creatore dell’universo. La tavola allora non è più un pezzo di legno, un pezzo di albero, ma diventa un altare, che viene scavato da un’arca perché si delimita uno spazio tra finito e Infinito, perché si racconta proprio in quello spazio l’esperienza profonda di comunione vera con il proprio Dio. Un altare che viene intelaiato, gessato con del bianco levkas perché sia una pagina bianca che racconta la storia, una nuova pagina di vita, di esperienza, di comunione, di verità dell’essere. Una tavola che viene disegnata con delle strutture preesistenti.

Dove la creatività? Ma proprio dentro il percorso di comunione: noi non siamo degli isolati, abbiamo pagine di storia che ci precedono, abbiamo radici profonde dalle quali possiamo succhiare ogni giorno nettare nuovo. Viene dunque disegnato su schemi ripercorsi perché sono fondanti, belli, ed è un bello che è buono. Una tavola che viene incisa, graffiata perché nessuno possa più cancellare quell’immagine che è stata conquistata nella fatica di una preghiera. Una tavola che viene poi dorata secondo le antiche tecniche con attenzione a ripercorrere le fasi di preghiera profonda, di preghiera del cuore che ogni iconografo sceglie e percepisce sulla linea degli antichi padri. Una tavola che s’incontra con la materia trasfigurandola nell’incarnazione del Verbo divino. L’icona diventa allora immagine del Dio invisibile, finestra spalancata sull’Infinito, Mistero. È l’uomo che tace di fronte all’Insondabile. E i colori, che sono mescolanze piacevoli, belle. Ed ogni colore ha una sua emotività, ogni colore un suo significato: il giallo, il colore della luce, il rosso il colore della passionalità, dell’eros, del dare la vita, del dare il sangue, il verde il colore della vivacità di tutto ciò che è vita, germoglia, ritorna …la tenacia del verde; il marrone, che è questo misto di radici profonde tra il rosso e il giallo, e così via fino ad arrivare ai colori più smaglianti dell’azzurro, il colore del cielo, della divinità, della quiete, della pace. L’insieme, la rosa dei colori, costruiscono l’icona sempre in funzione di un profondo contenuto teologico e non di un gusto estetico. Dove allora c’è un digiuno dell’occhio c’è gioia del cuore, come diceva una amma del deserto nei primi secoli del cristianesimo: Digiuno degli occhi e gioia del cuore. L’apparente immobilità delle persone traducono quindi la loro profonda spiritualità. Tutto si ferma. È stato molto bello l’incontro di ieri con i ragazzi del liceo: le loro danze movimentate scattanti ricevevano il culmine della proiezione di contenuto nell’atto finale, nell’immobilità finale: questa è l’icona, una grande dinamica, una miniliturgia direi costante fatta da un artigiano che usa i doni di Dio e li raccoglie alla fine nell’atto finale. Quindi non staticità ma immobilità che rimanda alla profondità dell’essere. E lì ci si incontra. E diventano racconti che addobbano le  chiese ma anche le case (fortunatamente in questi ultimi anni!), le camere da letto di molti sposi, come ho avuto modo in questi ultimi anni di distribuire. Diventano motivo di sosta, di quiete, di pace, di confronto e di incontro con se stessi davanti a Dio.

Perché “La Glikophilousa”? Perché è una piccola scuola che affonda le sue radici nella realtà dei monaci italogreci che in seguito alla lotta iconoclasta fuggirono dalla Grecia per vivere nella Locride venendo con le loro icone. Riscoprire queste radici, rispolverare questa lunga e sana tradizione vuol dire rivivere profondamente quella spiritualità che è comunione tra occidente e oriente. Finestre aperte che si guardano e si abbracciano. È quindi scuola di ecumenismo, scuola di amicizia, scuola di rispetto. E se una legge fisica dice: dove c’è un corpo non ce ne può essere un altro, dove c’è vita e comunione non può esserci malavita o distruzione. Questo è il senso del nostro stare a Crochi e vivere questa realtà insieme a chiunque voglia partecipare e vivere con noi l’esperienza dell’icona.

 Sr Renata Bozzetto

 

 

 

Credo che quanto sia stato detto finora raccolga e metta in evidenza il senso di questo evento, che è un evento culturale ma anche di amicizia tra i popoli, molto forte, all’insegna della bellezza. Il mio brevissimo dirvi è semplicemente il seguente: un grazie a tutti coloro che in qualche modo hanno contribuito allo sviluppo e alla realizzazione di questo cammino di reciprocità feconda che oggi segna una tappa: esporre la bellezza di una terra in termini di forme e colori. Non più quella che poteva essere la bellezza sfigurata di una terra ferita ma la bellezza trasfigurata di una terra redenta dal passaggio di Dio. Ecco l’icona. In modo particolare il nostro grazie va a p. GianCarlo che in questi anni ha segnato il nostro cammino di comunità e non solo, della nostra diocesi e della terra di Calabria. Per noi è ancora il nostro vescovo…anche se ora dobbiamo salutarlo come arcivescovo di Campobasso e lo facciamo con altrettanta gioia perché crediamo di essere tutti nell’unico grande cammino verso un unico grande obiettivo che è la crescita dell’uomo nei suoi molteplici aspetti.

Mi sembra ancora che quanto sia stato detto finora veicoli adesso il nostro passeggiare agile in questa mostra che vuole essere insieme a voi l’inizio di un cammino ulteriore e più grande all’insegna di una cultura che si fa veramente esistenziale. Lì dove ci sono segni chiari e progetti possibili c’è futuro, non solo per la Calabria ma anche per il Trentino, in comunione.

sr Rossana Leone

 

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