Είκόυες – Icone
Tradizione bizantina e spiritualità
MOSTRA d'Icone della "Glikophilousa"
Palazzo Trentini -Trento, 5 -15 marzo 2008
Presentazione della Mostra
Intervento di Mons. GianCarlo Maria Bregantini
Arcivescovo di Campobasso-Bojano

L’immagine che il Dott. Pallaoro ha usato non solo è di una grande bellezza legata all’evento che viviamo, ma anche carica di nostalgie che sono presenti nel cuore di ciascuno di noi e che la parola icona oggi rappresenta nel fascino del bello più grande di noi che comunque è dentro di noi e che la vita ci aiuta a rivivere, a riscoprire, anche se talvolta le fatiche, i dolori, i rimpianti, le contraddizioni della vita, la polvere della storia, talvolta la coprono. Questa mostra, con le immagini che lei ha usato, ci aiuta proprio a questo: a riscoprire quell’immagine di bellezza che è dentro di noi già dal segno che Dio pone nel momento in cui dona a ciascuno di noi l’esistenza. E l’immagine che uso quando parlo ai giovani è proprio questa: Dio pone dentro di noi un colore, un colore dentro - perdonate l’esempio molto semplice ma lo traggo dalla mia esperienza coi giovani - : come si io andassi dal fioraio a prendere sul suo bancone un bulbo di tulipano. Quando io guardo quel bulbo so che dentro c’e un colore, ma io non so quale sia il colore né me lo dice chi l’ha venduto perché il colore non l’ha messo lui che l’ha venduto né io che lo compro, ma il colore è già dentro il bulbo. La bravura del fioraio - potremmo dire di ciascuno di noi, la bravura di chi prende in mano il bulbo – è di tirarne fuori il colore attraverso i gesti quotidiani: metterlo nella terra, dargli l’acqua al momento giusto, collocarlo al sole nella misura adeguata e una mattina aprendo la finestra – perché di notte si aprono i fiori – tu guardi e dici: Oh, che bello! È il colore giallo - come ho detto ieri sera – che mi piace molto perché è l’unico colore che non ingiallisce. E le icone sono ricchissime di questo colore – lo vedrete – perché è il colore dell’eternità, è il colore divino, è il colore della pienezza di vita a cui Dio ci ha chiamati. Ecco, questo è un esempio. Poi se volete la storiellina completa va completata perché anche chi ti sta accanto ha il compito di fare questo gesto. Mettiamo l’immagine di una famiglia: il fratellino è contento del suo colore giallo del bulbo e la sorellina del suo colore rosso. E il gioco sta non nell’invidiare il colore dell’altro ma nell’essere fieri del proprio colore e contenti del colore altrui. Anzi, se si mettono insieme i colori giallo e rosso, dire: Guarda un po’ il giallo come rende bene il rosso e il rosso come evidenzia il giallo. Se poi fate un bouquet e lo offrite alla mamma, la mamma lo mette nel cuore della casa e il bouquet rende bella la casa. Perdonate l’esempio, io lo faccio ai ragazzi ed io l’ho ripreso qui, perché le icone è un gioco di colori che si legano insieme in maniera così armoniosa dove ciascuno rende bello il colore dell’altro e quindi è immagine anche della società, ma unico è il volto che appare: è il volto di Dio. I nostri colori non fanno altro che rendere bello il volto di Dio. Colori che non abbiamo fatto noi, ma che sono già dentro di noi perché Dio quando ci ha creati ci ha dato un colore, che tu non hai comprato, non hai costruito. Hai solo il compito meraviglioso di
scoprirlo, non di inventarlo, perché è già dentro di te. Ecco allora che l’icona ha questo meraviglioso compito. Poi le altre esperte ve lo diranno, ma io lo racconto come lo farei con i ragazzi di un liceo, di una scuola media. Cioè l’icona ti fa scoprire, a contatto con quei colori che sono i colori della eterna tradizione iconografica, innanzi tutto qual è il tuo colore, poi ti fa dire: “Grazie, Signore, per i colori che tu mi hai dato, non che io ho fatto!”. E quindi il gioco della scoperta del colore si fa gratitudine per il colore avuto. E terzo elemento: la capacità di mettere insieme i colori miei con i colori tuoi e alla fine gioire tutti per il bene di ciascuno e il bene di tutti. L’icona perciò è un processo non solo spirituale, ma anche culturale e spirituale-economico potremmo dire, …se la vita noi riuscissimo a vederla così, non come un gioco di contrapposizioni di colori, ma come un gioco di armonie di colori per un volto più grande! Pensate il momento elettorale: se non lo vedessimo come un gioco di contrapposizioni dove un colore caccia l’altro (è questo il gioco tristissimo che stiamo facendo) ma il colore dove ognuno valorizza il colore dell’altro il mondo cambierebbe.
Ecco cos’è l’icona: una proposta sociale, una proposta politica, una proposta culturale di cambiamento della nostra vita. E queste immagini, se voi le sapete vedere guidati anche dall’ottima brochure, con un po’ di preghiera, di meditazione, d’interiorità, ci fanno scoprire la bellezza.
Qual è il messaggio? Che tutto questo viene da un luogo, quasi frammento
di speranza, creato ai piedi di un piccolo santuario nel cuore sperduto
dell’Aspromonte. Accanto a questo santuario ci sono delle bellissime
querce antichissime che fanno un’ombra straordinaria. E qui un giorno
tre suore un po’ matte, che già abitavano in una zona tranquilla e ben
già organizzata in un posto vicino al mare, dove furono trovati i Bronzi
di Riace, proprio lì a due passi, hanno capito però che il loro essere
in quella terra non doveva ispirarsi solo alla realtà momentanea ma
guardare indietro, traendo dalla storia la loro origine e la loro
spiritualità , potremmo dire la linfa vitale per le radici della loro
pianta. Radici però che non hanno trovato in riva al mare ma nel cuore
dell’Aspromonte, facendo l’operazione quasi opposta a quella che
purtroppo sta avvenendo non solo in Calabria, ma vedo anche in Molise e
anche qui in molti paesi del Trentino. Cioè i paesi dell’interno, quelli
di montagna, sono lasciati o abbandonati. Dico abbandonati non nel senso
tecnico ma nel senso che la gente lascia. Allora invece che dire: Anche
noi andiamo dove va la gente - che poteva essere una scelta perché ci
sono monaci che fanno così: se la gente va via anche loro vanno. Queste
suore invece hanno detto: facciamo il cammino contrario, torniamo,
andiamo dove la gente potrebbe essere e starci se l’economia fosse in
modo diverso. Ed ecco il recupero dei paesi di collina e di montagna.
Hanno riscoperto la strada di san Benedetto. San Benedetto, sapete, ha
fatto il contrario. Ha detto: lì dove la gente ritrova speranza io devo
esserci: ora et labora. Però
le suore hanno detto: prima ancora di Benedetto che fonda nel 580 la sua
realtà c’è, due secoli prima, in Oriente, una tradizione legata a
Basilio. E ci si è accorti che
Va solo detta l’ultima cosa: che questa esperienza s’innesta in una
costellazione di eremi –