Copertina Catalogo della Mostra

 

 

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Είκόυες – Icone 

Tradizione bizantina e spiritualità

MOSTRA d'Icone della "Glikophilousa"

Palazzo Trentini -Trento, 5 -15 marzo 2008

 

Echi della stampa

 

Da Vita Trentina, giovedì 13 marzo 2008, anno 83 n°10
 

 

Ringraziamo l'amico e direttore di Vita Trentina don Ivan Maffeis

e la giornalista Anna Fontana, autrice dell'articolo

 

 

Il "SEGRETO" di Mons. Bregantini svelato dai suoi primi collaboratori 

CON AGILI PASSI

Il rapporto fra il vescovo Bregantini e le Sorelle di Gesù per un disegno di vita che nell’incontro con la gente semplice della Locride si fa Vangelo vissuto

 

 

Sta ottenendo buona partecipazione di visitatori la mostra “Icone. Tradizione bizantina e spiritualità” aperta fino a sabato 15 marzo a Palazzo trentini in via Manci 27 a Trento. Vita Trentina, dopo il servizio dello scorso numero, ne approfitta per incontrare suor Rossana – una delle iconografe della scuola piantata sull’Aspromonte – e lasciare che ci racconti il “suo” p. Giancarlo Bregantini.

 

Mons. Bregantini è solito ripetere che “la vita è fatta di grandi sogni e di piccoli passi”. Suor Rossana, quando i vostri piccoli passi vi hanno portate ad incrociare un grande sogno da condividere con lui?

Eravamo in tre sorelle ad Africo, che fra le terre della Locride è quella con le ferite maggiori. Volevamo mettere a disposizione della gente i pochi talenti che avevamo, ma soprattutto far passare il Vangelo, là dove in qualche modo era stato smentito dal male. Con un dialogo sempre crescente con Bregantini, abbiamo trascorso nove mesi in una gestazione interiore e spirituale molto profonda.

 

Cosa alimentava questa sintonia con lui? L’impatto più bello e positivo è stata la schiettezza di rapporto, che ha rassodato uno spirito di comunione. Lui ci faceva delle propose incalzanti in termini di pastorale e, strada facendo, sentivamo che i passi dei suoi programmi pastorali erano davvero molto affini al modo in cui avremmo voluto lavorare.

 

Il termine Programma pastorale veicola spesso doveri cartacei scritti a tavolino…

Un programma pastorale è tale quando è pensato, realizzato e vissuto innanzitutto stando in mezzo alla gente, respirandone le problematiche, le attese, le fatiche, le speranze. Nella Locride c’è anche una grande ragione in più, che è la dignità di un popolo che anela a risorgere, che ha bisogno di riscoprire la ricchezza delle proprie radici spirituali. Con padre Giancarlo abbiamo avuto molto chiara fin dall’inizio l’attenzione a stendere dei programmi non a partire dalla testa, ma dal cuore.

 

Prima Africo, poi Ellera e infine l’approdo all’Eremo delle Querce di S. Maria dei Crochi come Comunità delle Sorelle di Gesù. Quale ruolo ha giocato in tutto questo il vescovo Bregantini?

 Padre Giancarlo non si è limitato a ratificare alla fine la presenza della nostra Comunità monastica in diocesi. Col suo discernimento ha veicolato l’intensa esperienza che stavamo vivendo in maniera individuale, fino a farla germogliare e poi a farla esplodere nella comunità più grande che è la chiesa locale.

 

Ma che cos’ha di speciale, secondo voi, questo Pastore?

Noi abbiamo lavorato insieme a lui dal 1995. In questi dodici anni abbiamo colto il suo segreto interiore che è l’autenticità di una vita spesa per il Vangelo. Che non vuol dire perfezione nell’agire, ma autenticità che diventa Vangelo vissuto. Il suo parlare, che magari può essere ripetuto da cento altri, arriva dritto al cuore perché passa attraverso l’amplificazione di una vita coerente.

 

Da chi è stata accolta e goduta la sua parola?

Direi che c’è stata in questi anni una totale accoglienza con un affetto sincero da parte dei poveri e dei semplici, perché padre Giancarlo ha saputo davvero farsi semplice tra i semplici. E’ entrato nelle case, ma soprattutto nel cuore della gente. E la gente, fino in fondo, ha amato e ama ancora questo Pastore. Dove ha fatto fatica è là dove è il Vangelo stesso che fatica ad entrare…  

 

Come è stata vissuta la sua partenza per Campobasso?

Vorrei mettere in evidenza due elementi emersi nel travaglio degli ultimi mesi: la grande dignità di un popolo che ha sofferto questa perdita, che ha saputo “chi” ha perso; la consapevolezza che adesso non vuole disperdere ciò che è stato da lui seminato, come indicano gli ultimi avvenimenti del 1° marzo.  

 

Ma la sua obbedienza è vista davvero come un atto di virtù?

Credo che l’obbedienza alla richiesta del Santo Padre sia stato per lui personalmente un atto di grande eleganza spirituale. Ma nel contempo sia stato il suo atto pastorale più vivo, perché ha dimostrato che tutto ciò che ha fatto non l’ha fatto in nome suo, ma in nome della Chiesa. E’ un Pastore che si è mosso con agili passi sulla via dell’obbedienza. E questi suoi agili passi sono per noi un segno chiaro del suo essere uomo evangelico. 

 

 

 

Le tappe del percorso spirituale

SUOR ROSSANA E LE ALTRE 

 

E' interessante ripercorrere le tappe dell’inedito percorso spirituale che, fra inquietudini e gioie, ha fatto approdare suor Rossana con altre due religiose all’Eremo delle Querce. Suor Rossana proveniva da una Congregazione francescana che prestava molta attenzione alla educazione dei giovani. Aveva studiato a Roma e nella sua esperienza di formazione religiosa era stata anche a Catania, Siracusa, Milano, Salsomaggiore. E poi eccola ad insegnare nell’Istituto Serena Juventus ad Africo Nuovo, sul litorale calabrese. Come lei stessa ci racconta...

 

Ad Africo.

“Vivendo nella Locride, ci siamo chieste come potevamo essere lievito in una realtà tanto difficile e aiutare davvero la gente. Confrontandoci con mons. Bregantini, abbiamo incominciato in ambito parrocchiale a seguire la catechesi, i centri familiari d’ascolto, gli incontri coi giovani e sfornavamo sussidi vari. Lì abbiamo capito che la nostra presenza da sosta occasionale poteva diventare permanente. E perché, se in tre già formavamo una comunità, questa non poteva avere anche un volto pubblico? Ma il suo volto definitivo chiedeva d’essere meglio delineato. Volevamo sperimentare ancora altri orizzonti e padre Giancarlo ci ha proposto Ellera di Camini, dall’altra parte della Diocesi”.

 

Ad Ellera di Camini.

“Lì c’era una struttura data in comodato dal Comune, realizzata perfettamente e poi del tutto abbandonata da un decennio. Dovevamo fare di quel rudere una casa di accoglienza e di preghiera, di incontro e confronto fra giovani anche provenienti da altre realtà. Ci siamo riuscite grazie all’aiuto delle diocesi amiche con le quali abbiamo incominciato a tessere dei rapporti di gemellaggio. Tra l’altro, il primo gruppo di giovani che sono approdati nel 1997, provenivano proprio da Ravina di Trento, accompagnati da don Ivan. E’ stata dura, abbiamo dovuto affrontare indicibili disagi. Ma ce l’abbiamo fatta perché quella struttura fatiscente c’era sembrata la metafora di una terra ricca, piena di opportunità e risorse, e che il tempo e la trascuratezza avevano ridotto al degrado. Quella di Ellera è stata una tappa molto importante, che ha fatto sorgere in noi una ulteriore domanda: ma quali sono le radici spirituali di questo popolo che in qualche modo dovrebbero essere dissepolte? Ed ecco il nostro scavo nella grande spiritualità basiliana bizantina, che un tempo aveva costellato di eremi queste terre, e che la polvere dei secoli aveva cancellato. In quella spiritualità abbiamo scoperto la bellezza della vita monastica, capace di dare un’identità profonda alla nostra Comunità”.

 

A Crochi di Caulonia.

“Approvata anche sul piano giuridico come comunità monastica diocesana, siamo diventate le Piccole Sorelle di Gesù. Ci siamo trasferite nel silenzio del cuore montuoso dell’Aspromonte, presso l’antico eremo di Santa Maria dei Crochi. E, grazie anche all’aiuto di voi trentini, lo abbiamo restaurato, dando vita all’Eremo delle Querce. Quello che lì ora facciamo con Renata, Carmelita e Sandra già lo sapete” (vedi Vita Trentina n. 9).

 

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